CONTRO TUTTE LE CARCERI...... 
..donne e carcere 
..sul carcere internazionale situazionista 1969  
..a proposito di riforma e di galera 
..le carceri invisibili 
..dizionario minimo di antipsichiatria 
 
 
 
DONNE E CARCERE  
Il mio interesse nei confronti del sistema penale deriva dalla mia storia personale di prigioniera politica durante i primi anni '70 e dall'esperienza di attivista nei tardi anni '60, impegnata in progetti che contestavano la prigionia politica di attivisti/e in tutto il mondo. Nel 1969, in seguito al mio interessamento per George Jackson e i Fratelli di Soledad (in quel periodo ero stata dimissionata dall'UCLA - University of California - Los Angeles -, soprattutto a causa delle pressioni di Ronald Reagan), iniziai una corrispondenza con George Jackson che durò fino a quando fu ucciso dalle guardie del carcere di San Quentin nel 1971. Come risultato di quello scambio e della maggiore attenzione, all'interno degli ambiti politici nei quali militavo, nei confronti del ruolo strutturale che il sistema penale ricopre nella riproduzione della criminalità, mi unii alle forze politiche che chiedevano l'abolizione del carcere. All'epoca tutti pensavano che fossimo pazzi: "che volete dire con abolire il carcere?" Nel 1971, in Se arrivano al mattino un libro messo insieme mentre ero in carcere, chiedevo alla gente di pensare a cosa avrebbe significato vivere in una società senza carcere. Ora, dopo più di vent'anni, voglio rinnovare questa domanda politica allo scopo sia di demistificare il posto materiale e ideologico che le prigioni occupano in questo paese nelle nostre teste, sia di produrre un luogo di opposizione all'interno del contesto dell'attuale discorso legge-e-ordine e anti-criminalità, che aleggia intorno a noi. Forse vi sarà capitato di vedere l'intestazione della copertina della rivista Time del 6 Febbraio 1994 "Rinchiudili e getta via la chiave". Ovunque in questi giorni la crescente paura del crimine è palpabile. È importante spiegare la questione nelle nostre comunità, chiarire che il problema fondamentale non è il crimine, ma il modo in cui questo viene costruito. Il progetto che sto portando avanti ora è a lunga scadenza. Si dilata indietro di circa ventisette anni nel mio passato e in quello di altra gente che era attiva negli anni '60 e '70. Ma si proietta anche nel futuro, perché non ho ancora nessuna intenzione di abbandonare l'idea di una società nella quale il carcere non sia lo strumento istituzionale principale per affrontare i problemi sociali realmente seri. So che la maggior parte della gente può sentirsi disorientata quando sente discorsi del tipo: "Cosa succederebbe se non ci fosse più il carcere? Tutti i criminali ce li ritroveremmo nelle nostre case!" Davvero riceviamo risposte del genere, ma io vorrei lo stesso iniziare a ragionare seriamente sull'abolizione del carcere. Il progetto attualmente è a tre dimensioni. È un progetto di ricerca accademica che ho elaborato mentre collaboravo con una collega, Kumkum Bagnan, all'Istituto di Ricerca Umanistica dell'Università della California. In secondo luogo ha la dimensione di un intervento di metodo; questo comporta convincere alcuni legislatori democratici dello Stato di California a immaginare una legislazione sulle alternative alla carcerazione, particolarmente per le donne. La terza dimensione è un'attiva campagna radicale. Dobbiamo trovare i modi per opporci alla paura del crimine costruita ideologicamente. Dobbiamo provare a immaginare come si possa parlare di una società in cui il carcere non continui a proliferare in una tale maniera da farci diventare una vera e propria società incarcerata. Come dato di fatto larghi settori di alcune delle nostre comunità sono già in carcere, in libertà vigilata o controllati in qualche modo dal sistema penale o giudiziario. Kumkum Bagnan e io abbiamo intervistato trentacinque donne dell'Istituto di detenzione della Contea di San Francisco (San Francisco County Jail). Prima di parlare di queste interviste vorrei commentare alcuni studi recenti sulle donne detenute. Poi racconterò cosa pensano le donne intervistate della loro situazione - cioè in che modo teorizzano la loro personale detenzione -, ed esaminerò che ruolo gioca in questo la sessualità. Si tratta davvero di un tema scottante, particolarmente perché le giovani donne spesso vengono criminalizzate in relazione a questioni di sessualità, così come i giovani maschi vengono criminalizzati in relazione a questioni legate alla violenza. E infine proverò a comunicare il senso delle modalità secondo le quali le donne che abbiamo intervistato immaginano le alternative alla carcerazione. Il nostro scopo è quello di sviluppare una legislazione basata sulle informazioni che le donne intervistate ci hanno fornito. Tale legislazione non dovrebbe riguardare semplicemente un gruppo di donne che in un determinato momento si trova in carcere, ma dovrebbe riflettere il loro intervento nel dibattito. Le prigioniere sono spesso reificate e oggettificate e non accade mai che qualcuna di loro possa esprimere idee su cosa fare del sistema carcerario e della crisi corrente. Probabilmente alcuni/e di voi avranno letto il libro di Foucault sul carcere Sorvegliare e punire. Io ho riletto Foucault, questa volta pensando specificatamente a ciò che ha scritto relativamente alle prigioni e forse un po' meno al discorso sulla produzione della conoscenza e del potere. Foucault individua tre punti che dovremmo tenere a mente nel contesto della crescente proliferazione del carcere e l'incontestata richiesta di sempre maggior denaro per il sistema carcerario - sempre più miliardi di dollari vengono richiesti a questo scopo perché le carceri già edificate non hanno risolto il problema del crimine. Foucault dice innanzitutto che le prigioni non diminuiscono il tasso di criminalità. In secondo luogo la prigione produce i delinquenti; la prigione è responsabile della costruzione del crimine e della criminalità. In terzo luogo le condizioni di vita delle persone uscite dal carcere conducono alla recidività. Per esempio, la maggior parte della gente che viene rilasciata dal carcere in California riceve 200 $. Si può essere detenuti in un carcere così lontano da casa che i 200 $ bastino appena per il ritorno, ma questo non sembra preoccupare la gente a capo del sistema. Si viene lasciati fuori dal cancello del carcere e dove stai stai. Si deve ricominciare da zero, senza conoscere nulla su come si cerchi una casa, un lavoro, l'educazione, ecc. È molto interessante notare come, in tutte le discussioni sul crimine, questa materia occupi così poco spazio. Foucault mostra che questi tre punti o critiche hanno sempre ispirato i programmi di riforma del sistema carcerario. Egli aggiunge inoltre che in ogni caso le risposte fornite a queste critiche hanno sempre sostenuto e supportato esattamente quelle condizioni che pretendevano di criticare. Questo tipo di contraddizione che si sviluppa è il cuore stesso del progetto storico dell'incarcerazione. Citando Foucault: "Per un secolo e mezzo la prigione è stata sempre offerta come rimedio di se stessa; la riattivazione delle tecniche penitenziarie come gli unici metodi per superare i loro perpetui fallimenti; la realizzazione di progetti correttivi come unico metodo per superare l'impossibilità di implementarla." Naturalmente viviamo in un periodo nel quale c'è la consapevolezza diffusa che il sistema penale sia in crisi. Ma questa crisi è dovuta in buona parte alla tendenza di proporre più carcere come soluzione per quello che di fatto è il fallimento proprio del carcere nella riduzione del crimine. Così se una prigione non funziona, allora ne occorrono due; se due non funzionano allora ne occorrono quattro; se quattro non funzionano se ne ha bisogno di sedici, ecc. …Sono particolarmente interessata a delineare ciò che possiamo dire per segnare una differenza nei discorsi su: il problema del crimine, la crisi della prigione, il bisogno di avere sempre più carcere, le leggi del tipo "tre volte e sei spacciato", l'incremento delle pene, la legislazione federale anticrimine. Questo non per dire che dovremmo sottovalutare la proliferazione di certe forme di violenza, specialmente tra i giovani. Questa violenza è molto nuova: un vasto numero di bambini e adolescenti oggi muore a causa di quello che nei rapporti ufficiali compare come "omicidio". Secondo il Fondo per la Difesa dei Bambini, un bambino o un adolescente in questo paese muore per ferite da arma da fuoco ogni due ore. È un problema serio. Tuttavia quello che considero problematico è il modo in cui il crimine venga prodotto in modo ideologico, quale oggetto di una paura generalizzata, come il problema sociale primario in questo paese. Ciò che solleva problemi è anche la nascosta razzializzazione della criminalità, così che la gente, inclusa la gente nera, arriva ad aver paura dei giovani maschi afroamericani. Questo processo di razializzazione è abbastanza serio, poiché stiamo vivendo in un'era in cui diviene molto difficile prefigurare cosa è cosa. Eravamo abituati ad avere strumenti per distinguere la destra dalla sinistra, i Repubblicani dai Democratici. Ma oggi tutte quelle distinzioni sono crollate, in modo particolare se si tiene conto del modo in cui la razza è considerata. L'amministrazione Clinton usa lo stesso vocabolario dei conservatori: cecità del colore. Perché Lani Guinier è stata rimossa così velocemente dalla considerazione che aveva in quanto a capo della Divisione Diritti Civili del Dipartimento di Giustizia? Perché il Congresso e l'esecutivo non volevano parlare di nulla che avesse a che fare col tema del razzismo. E se si deve parlare di Lani Guinier se ne parla come se si trattasse di un soggetto senza razza e forse senza genere, classe o sessualità - un soggetto creato dall'amministrazione Clinton. Come risultato di questo il discorso sul crimine e sui problemi associati a esso diviene un modo altamente codificato di parlare dei neri e dei latinos senza dover utilizzare un linguaggio razziale. E qualche volta, malgrado sappiamo istintivamente che questo è ciò che sta accadendo, abbassiamo la guardia. Non abbiamo gli strumenti per trattare questo problema in modo significativo, poiché la maggior parte di noi potrebbe benissimo vivere in comunità dove il crimine è un problema serio. Così ci accodiamo al lamento: più polizia, più carcere! Ora lasciate che io dia un esempio di come abbia luogo questo processo di razzializzazione nascosto. Secondo uno studio sull'abuso delle droghe circa il 12% della gente di colore e circa il 12% della gente bianca fa uso di droghe. Tuttavia il 36% di coloro che sono arrestati per droga sono afroamericani. E qual è la droga che viene maggiormente associata alla comunità nera? Il crack. Nel 1986 le linee guida delle sentenze federali davano un minimo di cinque anni per ciascuno che fosse in possesso di più di cinque grammi di crack. Ora in giro ci sono altre droghe. C'è per esempio la cocaina. Ma chi fa uso normalmente della cocaina? Gente che si veste con il completo elegante. Da qui per ricevere lo stesso tipo di condanna di qualcuno che è stato trovato in possesso di più di cinque grammi di crack bisogna possedere cento volte tanto di cocaina. Comunque è un dato interessante notare come in questo periodo quando i criminali vengono processati pubblicamente, l'establishment stia molto attento a non farlo più con persone di colore (sappiamo dell'affare "Willie Horton" di Bush). Così adesso mostrano gente tipo Richard Allen Davis, l'uomo accusato del rapimento e dell'uccisone della piccola Polly Klaas. E la paura dei criminali si lega al desiderio di salvare i bambini. Tuttavia la grande maggioranza della gente in prigione non vi sta per reati contro i bambini. Nonostante ciò il crimine contro bambini diventa ciò di cui la gente ha paura e viene usato come strumento per giustificare la continua carcerazione di un vasto numero di gente che dovrebbe avere la possibilità di accedere all'educazione, al lavoro, alle aree di socialità dalle quali è attualmente esclusa. Se si guarda il livello con cui la popolazione carceraria ha proliferato negli ultimi venticinque anni - in confronto al periodo in cui per la prima volta avevo cominciato a lavorare sulla prigionia politica e poi sui detenuti in generale - si vede che oggi le persone in carcere sono quattro volte di più, la popolazione in carcere si è quadruplicata! Ci sono più persone in carcere pro-capite in questo paese che in qualsiasi altro posto. Per rendervi conto immaginatevi che, anche durante i picchi più alti di apartheid in Sudafrica, una persona di colore negli USA aveva una maggiore probabilità di essere arrestata di una persona di colore in Sudafrica. Esiste un contesto nel quale i giovani maschi afroamericani vengono temuti e c'è un altro tipo di paura che riguarda invece le giovani donne nere che stanno per avere bambini come ragazze-madri e che si suppone vogliano arrivare al welfare presumibilmente per "rubare tutto il denaro". Da questo punto di vista le giovani donne nere "rubano il denaro attraverso il welfare", mentre i giovani uomini neri lo "rubano" con le armi. Lasciatemi fare alcuni esempi. La grande maggioranza dei prigionieri sono uomini.Tra il 1980 e il 1992 la popolazione imprigionata maschile è cresciuta del 160%. Tuttavia durante lo stesso periodo di tempo la popolazione femminile imprigionata è cresciuta del 275%. In questo momento ci sono circa 75.000 donne che sono imprigionate. Relativamente alla popolazione maschile questo numero è piccolo, e spesso abbiamo la tendenza a giudicare che questo piccolo quantitativo di popolazione femminile imprigionata implichi che non dobbiamo occuparci di questo problema. Penso che questo sia molto problematico. La più grande prigione femminile del mondo e la più affollata è in California, è l'Istituzione della California per Donne a Frontera. È stata costruita negli anni '50 e aveva una capacità di 930 posti. Ora ci sono 2.500 donne in quella prigione e la maggior parte di loro sono a "lungo termine". Cioè hanno sentenze a vita o sono malate di Aids. La maggior parte del dibattito che cerca di affrontare la crisi del sovraffollamento in carcere si focalizza sulle istituzioni maschili. Contemporaneamente le istituzioni e gli spazi detentivi per le donne stanno proliferando a una velocità ancora maggiore di quella per gli uomini. Il lavoro che Kumkum Bagnam e io stiamo portando avanti ha lo scopo di teorizzare l'incarcerazione delle donne in un modo che ci permetta di formulare una strategia abolizionista radicale. Ho scelto la parola "abolizionista" deliberatamente. Il tredicesimo emendamento, quando abolì la schiavitù lo fece per tutti tranne che per le persone incarcerate. Attraverso il sistema carcerario sono sopravvissute le vestigia della schiavitù. Così ha senso utilizzare una parola che abbia questa risonanza storica. I prigionieri non hanno diritti politici. Soltanto in tre stati: Maine, Massachussets, Vermont le persone incarcerate hanno diritto di voto. Trentacinque stati negano il diritto di voto a persone condannate non incarcerate - quelle in prova, in libertà condizionata oppure che hanno una sentenza sospesa - . Inclusi in questa categoria sono i 14 stati che negano a vita il diritto di voto ai condannati a meno che questi non vengano condonati. Il risultato è che il diritto di voto è negato ad almeno 4 milioni di persone in questo paese. E naturalmente la maggior parte di loro sono neri e latinos. Credo che ci sia bisogno di prendere in considerazione tutto questo nella discussione. Noi stiamo provando in questo modo a formulare una strategia abolizionista radicale che inizi con il carcere femminile, ma non sia ristretta nelle sue conclusioni soltanto alle donne. Ciò che vogliamo fare è formulare alternative al carcere che riflettano le voci e le esigenze di una varietà di donne incarcerate. Vogliamo trovare il modo di aprire canali di discussione nei dibattiti correnti sulle alternative al carcere e chiarire la nostra posizione politica nel dibattito e allo stesso tempo esserne mediatrici e interpreti. Vogliamo anche chiarire la differenza che c'è tra ciò che noi concepiamo come alternative e quelle che oggi vengono chiamate sanzioni intermedie -- punizioni alternative all'interno del sistema di giustizia criminale. C'è il monitoraggio elettronico per esempio. Se hai la possibilità di pagarlo puoi indossare un braccialetto elettronico e andare a lavorare o stare a casa mentre vieni monitorato tutto il tempo. Ci sono un gran numero di programmi di questo tipo - per esempio il Programma Alternativo di Lavoro dello Sceriffo (SWAP Sherrif's Work Alternative Program) a San Francisco. Tra i pochi recenti studi in carcere ce ne sono due in particolare che ho trovato utili. Uno è di una donna inglese, Pat Carlen, che lavora con un gruppo di criminologi radicali da un certo numero di anni. Ha pubblicato recentemente un libro dal titolo Alternative al carcere per le donne che è particolarmente importante perché i suo scopo è quello di legare insieme scolarizzazione, movimenti sociali ed elaborazione politica. Sviluppa una serie di riforme all'interno di una strategia complessiva di riduzione e abolizione del carcere. Il suo lavoro enfatizza la difficoltà all'interno di quella che potremmo chiamare una società carceraria (per usare la terminologia di Foucault), di anche solo pensare a un sistema nel quale la prigione non risulti come il supporto finale di ogni altra sanzione penale. Uno dei molti problemi che riguardano le alternative esistenti è che se non ti comporti bene con il programma sulla droga, se non ti comporti bene con il programma residenziale dove dovresti vivere col tuo bambino piccolo, o se non ti comporti bene nei programmi di semidetenzione, allora le sentenze dei giudici ti riportano in carcere. Spesso si finisce per aver bisogno di più tempo per rimediare ai fallimenti dei vari programmi alternativi di quello che si sarebbe impiegato ricevendo una sentenza normale. Specificatamente riguardo alla situazione britannica la Carlen propone un'abolizione sperimentale di cinque anni della detenzione femminile. Traccia un'analogia con il modo in cui la Gran Bretagna è stata capace di sradicare le pene corporali nelle scuole. Gli inglesi che si opponevano alle punizioni corporali hanno provato ogni tipo di cose. All'inizio hanno provato a istruire gli insegnanti a non picchiare i bambini. Alla fine hanno portato via le bacchette che gli insegnanti usavano per colpire i bambini nella convinzione che questo fosse l'unico modo possibile per prevenire le pene corporali. Così perché non mettere da parte le prigioni? Ci sono circa 1.800 donne adulte nelle prigioni della Gran Bretagna. Carlen suggerisce di abolire tutto tranne 100 posti letto, così che la maggior parte delle donne dovrebbe andare in altri tipi di istituzione. Suggerisce che questo tipo di esperimento dovrebbe scuotere il sistema penale e alla fine dovrebbe portare all'abolizione della prigione anche per la maggior parte degli uomini. Il secondo libro che voglio menzionare è stato pubblicato in questo paese Donne incarcerate: una popolazione dimenticata scritto da tre donne che descrivono se stesse rispettivamente come afroamericana, cherokee e bianca. Enfatizzano il carattere interculturale, interrazziale della loro collaborazione e, senza invocare esplicitamente la teoria femminista, indicano che il loro libro è all'avanguardia perché è un lavoro sulle donne detenute, intrapreso da studiose donne. Leggendo il libro comunque ho individuato anche un altro collaboratore, a volte nominato a volte no, che è il Dipartimento di Correzione di Oklahoma. Lo dico perché ci sono dei modi in cui diventiamo così "incarcerate" all'interno di alcune discipline, di alcune ideologie, di certe categorie, che per quanto proviamo a rompere e a uscire fuori da queste e a resistere, finiamo per riprodurle. E questo è ciò che vedo accadere in questo libro che è fatto da tre donne che ovviamente vogliono fare qualcosa per cambiare la situazione e che ovviamente cercano di aiutare le donne in prigione. Ma usano categorie criminologiche che rendono virtualmente impossibile assumere istanze critiche nei confronti del sistema carcerario che vada al di là del tradizionale riformismo, l'effetto del quale è di riprodurre il sistema carcerario stesso. Focalizzano la loro attenzione sul recidivismo, provando a immaginare che cosa è che lo promuova. Tuttavia usare la categoria del recidivismo come punto centrale del loro lavoro significa inevitabilmente rispedire i problemi interamente indietro alle stesse donne internate. Cosa accade a queste donne che le riporta indietro in prigione? Infine le autrici arrivano alle conclusioni usando le nozioni di autostima. Nel sistema di correzione l'autostima è una parola che si può ascoltare sempre in ripetizione. Io non mi oppongo al concetto di autostima. Mi piace. Penso che tutte dovremmo averne un po'. Ma l'autostima non riesce a darti un lavoro se la gente non vuole assumere chi è stato in precedenza in carcere. Ti puoi sentire a posto con te stessa quanto ti pare, ma se non hai un lavoro, se non hai la possibilità di avere una casa, se non puoi ricevere un'educazione adeguata che fai? Questo argomento mi sta abbastanza a cuore. Tutti i programmi sviluppati dentro il carcere vanno nella direzione di promuovere l'autostima delle donne e non pensano mai a trovare loro un lavoro quando escono dal carcere, oppure a procurare loro un appartamento, o ad avere la sicurezza di un affitto pagato fin quando non trovino lavoro. Queste sono veramente cose di base di cui la gente ha bisogno per poter vivere in questa società. E in tutte le discussioni sul crimine e sui criminali nessuno sembra occuparsene. Cominciando nella primavera del 1993, provammo a intervistare donne nell'Istituzione della California per Donne a Frontera. Scrivemmo lettere alla responsabile e alle sue assistenti, ma non riuscimmo a raggiungere un punto di accordo. La responsabile è una donna che si mobilita per i diritti delle prigioniere, vuole che loro ottengano tutte le cose che gli uomini prigionieri hanno, ma vuole anche che le donne rimangano in prigione. Alla fine dovemmo rinunciare perché venimmo a conoscenza da alcune fonti che lei non mi desiderava perché non voleva affondare la nave. Ma io non avevo intenzione di andare lì per mandare a fondo la nave, volevo solo fare alcune interviste. Così in sostituzione facemmo le interviste nella prigione della Contea di San Francisco. Avevo ottenuto la possibilità di entrare in un programma della prigione della Contea di San Francisco perché da molti anni insegnavo lì. È un carcere estremamente interessante. Il direttore è un ex carcerato. Ha trascorso 8 anni a San Quentin ed era un amico di George Jackson. Negli ultimi 15 anni o giù di lì, il lavoro su e contro il carcere è giunto a essere sempre più assimilato all'interno delle agenzie governative e assorbito dal sistema. È giunto a essere costruito come servizi per i detenuti, il che significa che ha perso il suo carattere di progetto di opposizione politica. Le organizzazioni che un tempo erano una parte della forza di opposizione, una forza di resistenza, ora sono impegnate nel fornire servizi e sono strutturalmente legate strutturalmente agli amministratori delle prigioni. La maggior parte delle persone che lavorano nella prigione della Contea di San Francisco sono ex prigionieri o persone che hanno avuto problemi di droga o sono in recupero. Nell'istituto vivono più di 300 carcerati, 100 dei quali sono donne. È conosciuto come un istituto di "nuova generazione" nel linguaggio delle prigioni ed è considerato un'alternativa ai tradizionali istituti. Il concetto di istituto di nuova generazione si riferisce sia allo stile dell'architettura che alle pratiche di conduzione dell'internamento ed è basato su una serie di assunzioni teoriche sul perché le prigioni non funzionino. Architettonicamente l'istituto di nuova generazione, per quelli che hanno letto Foucault, ricorda il suo discorso sul Panopticon di Bentham. Il carcere di nuova generazione è un Panopticon. Le pratiche della conduzione dell'internamento includono guardie destinate a rimanere tutto il tempo all'interno del dormitorio a contatto con i prigionieri. Ci sono tecniche di sorveglianza pervasiva. I dormitori sono disposti in modo circolare intorno a una torre di controllo elevata di plexiglas dalla quale virtualmente ogni spazio del dormitorio può essere guardato. In più c'è un sistema di monitor tv che permette alla gente nella torre di controllo di vedere cosa stia succedendo. Il modello di riabilitazione utilizzato è quello della Supervisione Diretta/Comunità Terapeutica. Quindi c'è un tentativo di rompere con le gerarchie tradizionali autoritarie. Gli addetti che hanno la supervisione diretta non sono riconosciuti come "addetti" o, come li chiamavamo quando ero in prigione, "matrone". No qui vengono chiamati "manager dei dormitori" e hanno compiti non di custodia. Questo è in effetti un serio sforzo di trasformare gli istituti di detenzione. (Anch'io vi sono stata coinvolta, quindi devo fare autocritica, ma lo stesso penso che è importante fare quel lavoro per essere allo stesso tempo dentro e fuori il sistema.) Questo posto è anche un'istituzione educativa. Ogni persona detenuta deve essere coinvolta in una serie di corsi. A conti fatti lo sceriffo diceva che il suo modello ideale di istituto di pena sarebbe stato un collegio a comunità forzata. Questo evidenzia la relazione che passa tra le istituzioni educative e quelle di correzione. Ci sono molte similitudini: molte di queste istituzioni appaiono uguali, usano le stesse tecniche, ecc. Molte delle 35 donne intervistate ci hanno raccontato una storia. Nell'ascoltarla si dovrebbe pensare alla costante sorveglianza dalla torre di plexiglass. Inoltre le porte dei cortili sono raramente aperte perché c'è un sistema di riscaldamento e di raffreddamento. Così di sera, non troppo prima di andare a dormire e prima che le luci vengano spente, le donne nel dormitorio sono animate. Siedono sui loro letti - in ogni modo non è permesso loro di sedere sul letto di nessuna altra. Parlano, conversano, sono completamente sveglie, quando improvvisamente gli sfiatatoi iniziano a funzionare. Nel giro di pochi minuti tutte le donne cadono in un sonno profondo. E quando dormono un gruppo di operatori sanitari arriva, sposta i corpi che dormono sui lettini a rotelle e li conduce in un laboratorio dove vengono condotti esperimenti sui loro corpi. Poi vengono riportate indietro e rimesse nei loro letti. Si svegliano e non hanno nessun ricordo di ciò che è accaduto. Alcune delle donne hanno raccontato questa storia come se fosse realmente avvenuta. Con parole loro direbbero: "Gli sfiatatoi hanno iniziato a funzionare la scorsa notte, c'era qualcosa negli sfiatatoi che ci ha messo fuori gioco, poi sono venuti e ci hanno fatto questo." Altre hanno fatto racconti come se fosse la trama di un film, alcune hanno detto: "E se questo dovesse accadere? e se, quando gli sfiatatoi si accendono e andiamo a dormire, questo è quel che avviene?". Almeno una donna l'ha descritta come trama di un film che lei vorrebbe scrivere. Ha parlato di Soylent green (edizione italiana 2022: i sopravvissuti) e di Coma (edizione italiana Coma profondo). Alcune persone potrebbero pensare che raccontare queste storie è indice di un sentimento di impotenza. Ma io credo che in questo si possa leggere un'abilità da parte delle donne a teorizzare la loro situazione e ad assumerne qualche tipo di causa, anche se si tratta di una causa estetica. Ciò che stavamo cercando in ogni caso erano i modi in cui le donne hanno creato dello spazio di opposizione all'interno dell'istituzione, vis à vis con l'istituzione, così come idee circa il modo di erodere le istituzioni e creare altre forme. La sessualità è uno dei segnali per le donne trasgressive. E la prigione della Contea di San Francisco ha proclamato una coscienza antisessista, antirazzista e antiomofobica. L'amministrazione del carcere mi ha proprio scovata perché io insegnassi lì. Harry Edwards, sociologo e attivista, insegna lì. Mia sorella, che ha fatto parecchio lavoro in relazione al mio caso e a tanti altri casi, ha insegnato lì. Ericka Huggins, che è stata in carcere per due anni mentre aspettava di essere giudicata per omicidio insieme a Bobby Seale, ha insegnato in questo carcere. Johnny Spain, che era uno dei Sei di San Quentin ed era stato rilasciato un po' di anni fa dopo aver passato 21 anni in prigione, era insegnante in questo istituto. Il direttore dell'istituto è stato proprio recentemente designato all'Ufficio di Assistente Sceriffo a San Francisco. Questo ha creato una rivolta nei ranghi delle guardie perché se tu sei stato un criminale non puoi diventare una guardia, ma nessuna legge impedisce che un Assistente Sceriffo possa diventare un criminale. Il che dà un'idea del contesto di questo carcere. Il manuale di orientamento che tutti i detenuti ricevono quando entrano a far parte di un programma di facilitazioni contiene quanto segue: "Razzismo, sessismo, considerazioni contro gay e lesbiche, o altre considerazioni irrispettose degli altri esseri umani sono inaccettabili in questo programma." Si può essere buttati fuori dal programma di facilitazione per aver fatto annotazioni razziste. (Ma di nuovo per razzismo si intendono qui un numero notevole di cose ...) Abbiamo parlato con una donna che è stata trasferita nel carcere al centro della città, che è un vero carcere sotterraneo, a causa di considerazioni omofobiche che aveva fatto su alcuni insegnanti e sullo staff. Nel programma di educazione e counseling ci sono numerosi modi in cui la sessualità è implicata come oggetto di studi e terreno di trattamento. Violenza sessuale, workshop sull'Aids, stili di vita non eterosessuali; sono temi di vari corsi e sessioni di counseling. E allo stesso tempo inevitabilmente la sessualità è strettamente utilizzata e controllata dalle gerarchie dell'istituto. Scambi eterosessuali sono assolutamente proibiti. La maggior parte della classi sono segregate dal punto di vista di genere. Ci sono regole ferree che riguardano i contatti fisici tra donne e uomini. La maggior parte delle donne che abbiamo intervistato indicava che avrebbero potuto ricevere delle note per aver parlato o anche soltanto guardato un uomo. E i dormitori delle donne e degli uomini sono attaccati l'uno all'altro. Così c'è una diffusa sessualizzazione delle relazioni tra uomini e donne. Per quello che riguarda i visitatori i contatti fisici e sessuali sono costruiti come veicoli per contrabbandare. Vietato baciarsi sulle labbra - se hai una persona che ami uomo o donna che viene a visitarti, puoi soltanto baciarlo/a sulla guancia perché è dato per scontato che puoi passare attraverso la bocca delle droghe. Le Regole e i Regolamenti della Direzione Correzionale dicono: "i detenuti non possono partecipare ad atti sessuali illegali, in modo particolare i detenuti" - lo si legga in relazione al tredicesimo emendamento cui mi riferivo in precedenza - "sono esclusi da quelle leggi che rimuovono le restrizioni legali di atti tra adulti consensienti. I detenuti devono deliberatamente evitare di mettere loro stessi nella situazione di avere comportamenti che vengono designati come incoraggiamenti ad atti sessuali illegali." Molte donne si sentivano riluttanti a partecipare ai programmi perché lo stesso tipo di politica esiste nei programmi per donne. Una donna che era dipendente dal crack da quando aveva quindici anni (all'epoca ne aveva ventidue) e desiderava partecipare al programma - voleva realmente uscire fuori dal suo stato di dipendenza - ci disse che era seriamente preoccupata del fatto di non poter vivere la sua sessualità. Il programma includeva sia uomini che donne, ma il contatto uomo-donna non era permesso. Una delle più importanti contraddizioni che alcune delle donne hanno sottolineato è ciò che io chiamo "la legittimazione ideologica della omosessualità." Molte delle guardie e degli insegnati sono dichiaratamente gay, ma allo stesso tempo c'è un'assoluta proibizione delle espressioni omosessuali che nel modo di parlare del carcere si chiamano "homosexing". Così mentre l'omosessualità va bene, l'homosexing può portarti all'isolamento o all'esclusione dai programmi di facilitazione. Una delle donne ci ha raccontato di un incidente in cui due donne che una notte avevano iniziato un rapporto sessuale sono state registrate da un video. Lei ci ha detto che le guardie avevano messo una videocamera nascosta e poi l'avevano lasciata andare, l'avevano accesa e nessuno sapeva che queste due donne avevano fatto del sesso fino a quando la capo-guardia era scesa giù e aveva tenuto una riunione del dormitorio. Aveva detto: "Non mi sento per niente bene, non mi sono sentita affatto bene oggi quando sono arrivata al lavoro e il mio superiore mi ha detto di entrare in ufficio e guardare la videocassetta". Iniziò a dire i nomi delle due donne di fronte a un intero dormitorio di cinquanta donne. Nella stessa intervista la donna ci ha raccontato anche di un altro episodio accaduto nel carcere al centro della città dove era stata trasferita. Una donna era nel carcere al centro della città con la sua compagna. Quando una guardia le aveva viste baciarsi; furono messe entrambe in isolamento per aver avuto un'attività sessuale proibita. C'ha descritto come era avvenuto: "Avevo un'amica ed è in isolamento. Lei ti diceva in un attimo "me la faccio con le donne, non ho problemi". Lei e la sua ragazza si stavano baciando di fronte a una poliziotta. La poliziotta aveva detto loro "se continuate a farlo vi mettiamo in isolamento". La mia amica ha detto che le rispose "sei solo gelosa " e avevano iniziato a baciarsi di nuovo. Rido perché la cosa irrita la guardia, la fa rosicare. È come se venisse qui e ci dicesse che lei è una donna fantastica che va con un'altra donna e non ha assolutamente vergogna della sua sessualità". Ciò che questa donna voleva dire è che ci sono modi nei quali il carcere cerca di legittimare lo stile di vita lesbico attraverso corsi o cose del genere. Ma allo stesso tempo c'è un'assoluta proibizione non soltanto per quel che riguarda la costruzione di contatti omosessuali, ma dei contatti in genere. Come risultato di ciò le relazioni tra donne diventano eccessivamente sessualizzate cosicché ogni tipo di contatto può essere visto come sessuale. Se una donna riceve cattive notizie da casa, come per esempio la morte di qualcuno, le altre donne sono preoccupate di confortarla perché questo potrebbe portarle all'isolamento per essersi lasciate andare in contatti proibiti. Questo è uno degli esempi ovvi che sottolinea l'impossibilità del sistema carcerario di contenere ogni tipo di cambiamento progressivo. Le mura non lo permettono. Le mura sono sempre lì. Cosicché quando anche provi a spostare le cose in avanti finisci sempre in un posto che è estremamente autoritario, un posto nel quale le donne e gli uomini che sono lì non sono rispettati come esseri umani. Le donne con le quali abbiamo parlato erano estremamente critiche nei confronti dei programmi esistenti - i programmi sulla droga, un programma chiamato di Accudimento Infantile delle Donne, il programma sulle donne e sui bambini, i programmi SWAP - esattamente perché il fallimento in questi programmi significa essere rispedite indietro in carcere. Molte di loro sottolineavano che a causa del nesso strutturale tra i programmi sulla droga e il sistema giudiziario penale è quasi impossibile per una persona povera che è in strada e vuole smettere di usare le droghe trovare un programma. Per ottenere aiuto rispetto alla tossicodipendenza si deve essere arrestati e condannati a un programma sulla droga. Questo è assolutamente scandaloso. Molte delle donne parlavano di decriminalizzazione e creazione di programmi che non siano collegati al sistema giudiziario. Parlavano di progetti di educazione in comunità. La maggior parte delle donne immaginava istituzioni scollegate dal sistema giudiziario, istituzioni concepite in modo tale che in caso di fallimento non si viene rispedite in prigione. Molte di loro pensavano anche alla natura. È molto interessante come in un contesto urbano gli alberi diventino un segno di speranza. Molte di loro parlavano di posti in campagna dove sarebbero andate e dove sarebbe stato possibile uscire fuori dallo scenario della droga. Molte di loro parlavano di lavoro e non si pensa generalmente al lavoro come un'alternativa al carcere. Ma molte di loro sottolineavano le contraddizioni che emergono quando esci e provi a cercare un lavoro. Le donne hanno problemi non soltanto con i datori di lavoro che chiedono: "Sei mai stata arrestata? Sei mai stata condannata? Sei mai stata condannata per un reato grave?" Ma quando mettono le loro cose insieme e davanti a loro hanno il vuoto e vanno a un colloquio, allora accade che viene chiesto loro: "Che cosa hai fatto in questo periodo?" e quando loro rispondono: "Ero in prigione", se non mentono, allora di solito i giochi finiscono lì. Questo è il motivo per cui io realmente cerco di pensare a come formulare un nuovo tipo di abolizionismo. 
Questo contributo è tratto da una lezione tenutasi il 18 Febbraio 1994 alla Università di New York 
SUL CARCERE  
Internazionale Situazionista  
In una società in cui i proletari sono criminali, le galere si riempiono di proletari. Ma ormai da tutti i luoghi della segregazione sale una minaccia mortale alla totalità delle condizioni esistenti: lo sanno bene i detenuti di San Vittore e di tutta Italia che hanno scatenato la loro rivolta disperata. Tutti gli acrobati del pensiero progressista che affermano che "le cause delle colpe degli individui sono da ricercarsi nella Società", omettono sempre di dire di quale società si tratta e quali siano realmente queste colpe di cui si macchiano gli individui. Un giornale riporta: "polemicamente il professor Alberto Dall'Ora avvocato e giurista afferma: 'Anche i detenuti sono uomini. Come noi, niente affatto diversi da noi". Quest' infelice ignora evidentemente la differenza tra un bipede beneficiario dei Diritti dell' Uomo e un uomo che sa che la libertà di ognuno passa per la libertà di tutti. Non è facile diffondere il pensiero fra il proletariato in circostanze comunque controllate dal potere; ma nel frattempo si può, con pazienza, sterminare a una a una tutte le formiche umanitarie. Tutti gli specialisti del pensiero della separazione che credono di vedere nella rivolta delle carceri "la crisi del sistema carcerario in questa società" ignorano che si tratta invece delle crisi di questa società che si manifestano inizialmente nei settori più separati della sua organizzazione. "Al magistrato Sinagra che si rivolgeva (... ) ai detenuti dicendo: "Io faccio parte di quell' ala della magistratura che si è battuta e si batte ancora per la riforma dei codici", questi rispondevano: "Ormai San Vittore è in mano nostra, non abbiamo più paura della polizia. Voi siete nostri nemici. siete degli sbirri" ( Corriere d'Informazione, 15 aprile). L'ala progressista della magistratura è stata ascoltata con il lancio di "pacchetti maleodoranti". L'ala esterna della riforma della magistratura, l'ineffabile "opposizione extra-parlamentare", il "movimento studentesco", essendo dello stesso parere, merita la stessa risposta: impotente a giustificare "teoricamente" la sua posizione, e in realtà sconcertato che si tratti dopotutto, di "delinquenti comuni", si astiene dall'intervenire; esso accoglie con gioia il " marxismo" derisorio dei suoi nuovi confessori filomaoisti che non riuscendo a spiegare la rivolta "perché non ne se ne può fare un'analisi di classe", gli forniscono l'alibi preferito per mantenere un'ordine che non ha mai messo in questione. Queste pecore che si credono lupi, e che sono ritenuti tali, non trovano niente di meglio che proporre il sudicio baratto "O dentro Riva o fuori tutti". La risposta delle carceri era chiara: "Dentro Riva e fuori tutti".Non è un male che tutto l'infame cinismo borghese, privato della maschera di compassione pretesca, venga a galla e quindi, fattosi giustamente apprezzare, possa andare finalmente a fondo. Per i carcerati, quanto a loro, la rassegnazione non è più possibile. Essi hanno fatto ciò che gli studenti non hanno mai concepito, nemmeno quando hanno avuto la forza di occupare l'università. La rivolta dei detenuti è una rivolta contro la società, contro la proprietà del lavoro che è anche proprietà degli uomini. Essi, allo stesso modo delle bande di giovani che ogni settimana a Londra seminano la distruzione nelle stazioni della metropolitana, ma più radicalmente perché al livello più elementare della costrizione, devono esplodere in un furore in cui gustano, precariamente, la libertà. La sua mancanza è assoluta, anche se è una mancanza vile ammantata di "progresso", ma è la coscienza di essa che oggi si fa sentire e brucia di più. "Negli avvenimenti è facile avvertire una nota particolare: l'agganciamento, cioè, ad una spinta diffusa, che quasi si respira nell'aria, verso il disordine, verso la protesta tumultuosa e immancabilmente ricattatoria" (Corriere della sera). In queste dichiarazioni inquiete è facile avvertire una nota particolare: ciò che provoca più di tutto il potere è il fatto che i colpevoli rifiutino l'indegnità essenziale come loro qualità sociale e come condizione separata. I detenuti, i prigionieri più degli altri, i condannati senza compensazioni non si sentono nè colpevoli nè rassegnati. Nella loro rivolta vi è l' affermazione confusa di una libertà totale.Si tratta, sia pure limitata a un carcere momentaneamente liberato dai secondini e assediato dalla polizia, di una situazione rivoluzionaria che cerca le sue forme: il movimento scatenato dal proletariato lancia il suo richiamo, non lascia fuori di sé e rade al suolo tutte le prigioni. Nel momento in cui i carcerati prendono il potere nel carcere, nel momento in cui possono gridarlo e distruggere le porte delle celle, non esistono più gerarchia nè prigione. Un carcere occupato non è più un carcere, un "luogo di pena". "San Vittore si sta distruggendo" scrive la stampa. Nelle distruzioni con cui i carcerati hanno dichiarato la loro battaglia e la loro festa, le parole d'ordine meschine e riformiste vengono superate dai gesti radicali degni della Comune: l'incendio e la devastazione della chiesa nelle Carceri Nuove di Torino, l' assalto all'infermeria, alla biblioteca e alla cappella di San Vittore difesa dai sacristi a Milano, il rifiuto e il disprezzo di trattare con il prete (chiunque conosca il ruolo compiacente del cappellano in un carcere, il suo ascendente a buon mercato anche sui detenuti non religiosi, non può non valutare la portata di questo dettaglio), la distruzione delle porte di ferro, delle inferriate, dei mobili, degli impianti elettrici e igienici, il saccheggio delle mense, la cattura degli ostaggi, la ferocia negli attacchi alla polizia, il coraggio nella difesa. "Il carcere torinese (…) rivela opere di devastazione, di distruzione e di saccheggio assolutamente impensabili e incredibili". Alle 6 di mattina il terzo raggio di San Vittore "bolliva ancora di rabbia". Il 29 maggio, durante la rivolta nel carcere di Perugia, un tentativo di sortita dei rivoltosi viene bloccato all'ultimo cancello. Come la sollevazione di Battipaglia, la rivolta delle carceri ha avuto sfumature di festa: saccheggi e trofei a battipaglia; saccheggi e banchetti (con colossali bevute) nelle carceri. "E' stata una notte di canti e di autentiche pazzie". A Battipaglia la gente "normale" compie atti criminosi contro il potere, e nelle carceri i "criminali" si comportano come uomini normali: la libertà è il crimine che contiene tutti i crimini. Ogni gesto di rivolta è una rivolta contro i rapporti sociali esistenti che la suscitano, ma essa deve trovare la via della totalità. E' questa ricerca dei fatti che viene dichiarata dalla profondità critica della insurrezione delle carceri. Solo il rifiuto di tutta la società come totalità può avere unito i detenuti in attesa di processo (che vanno incontro a sicure condanne) ai condannati, in una lotta che suona irresponsabile per il baratto delle condizioni di sopravvivenza. L'unità del mondo è l'unità della miseria, l'unità del lavoro-merce e della vendita-consumo della vita. Coloro che hanno trasgredito - o preso alla lettera, è lo stesso - le leggi della merce non sono adatti a vivere nella società su cui essa regna. Essi sono i negri della società di classe, gli esclusi dal beneficio di essere sfruttati in vista di una ben più vantaggiosa integrazione. La società dove il lavoro è venduto come merce deve essere fondamentalmente gerarchica, e questa gerarchia classica dell'espropriazione non fa che riprodursi e creare dappertutto i razzismi e le segregazioni. Ma essa è anche la tara originaria della razionalità mercantile, la malattia che essa è costretta ad alimentare e che la mina inesorabilmente. La società della proprietà e della privazione della proprietà, della proprietà di cose attraverso la proprietà di esseri, trova la sua risposta naturale nel furto e nell'omicidio, poiché quella non era affatto proprietà naturale dell' oggetto dei bisogni, ma la legge universale dell' espropriazione individuale, lo schiavismo e la rapina protetti dalla legge. I detenuti sono gli schiavi disubbidienti, i violatori non tollerati che hanno minacciato i rapporti di proprietà, la base di ogni civiltà! A San Vittore la rivolta è scoppiata nel quinto raggio, quello che contiene gli imputati di "delitti contro la proprietà". Se essi non hanno potuto sopprimerla o se nel trasgredirla, spesso l'hanno accettata, nemmeno essa ora può sopprimerli. Ma separandoli da sé non li libera dalle sue leggi, leggi di espiazione e di sacrificio. La riammissione al suo cospetto, la riammissione allo sfruttamento deve avvenire attraverso una prestazione gratuita che la assicuri di essere d'ora in poi rispettata. Ma la distruzione che i carcerati di Torino e di Milano hanno compiuto dei laboratori la deve ora disilludere. I laboratori sono l'espressione della loro indegnità, il prezzo del riscatto - mai ottenuto - da una colpevolezza non accettata. Dopo essere stati respinti, non vogliono più essere reintegrati. Tutte le lagnose lamentele elevate al cielo - che è sempre solidale con le lamentele qualificate - non bastano a coprire la bellezza di questo avvenimento. La furia selvaggia si è abbattuta soprattutto sui 'laboratori' (...). in queste officine i detenuti potevano imparare un mestiere, c'erano maestri e insegnanti a disposizione ogni giorno: le lezioni avrebbero potuto servire per dopo, per quando sarebbero tornati liberi. Si parla spesso di difficile recupero sociale degli ex detenuti: il fatto che si siano accaniti anche e soprattutto contro le attrezzature di questi laboratori può dare un significato alla rivolta" (Corriere d'Informazione, 15-16 aprile. I corsivi sono nostri). Ma questo non "dimostra che si è trattato di una cieca, selvaggia ribellione". Dimostra che i prigionieri ufficiali della società ne portano tutte le contraddizioni, legati ad essa da tutti gli svantaggi particolari ma separati da essa da uno svantaggio generale, assoluto.La segregazione, la salvaguardia della proprietà, contiene in sé la gelosia invincibile quanto la rivalsa segretamente giurata, la propria sconfitta completa come la propria affermazione totale, l'asservimento come la sua negazione radicale. Rifiutando la qualità sociale e dunque puramente umana, la rivolta è oggi la chiara risposta a questa alternativa. La sua ebbrezza è la prova migliore di ciò che si respira dappertutto: lentamente ma con certezza si cominciano a prendere i propri desideri per della realtà. Allontanati dal lavoro ed esclusi dal consumo, i detenuti ripagano tutto ciò con il rifiuto del lavoro e con la sete spaventosa del consumo assoluto, il bisogno di riprendere tutto. "Donne-comunismo-libertà ". Questi uomini potrebbero saccheggiare per dieci anni e non recuperare la metà di quello che gli viene quotidianamente sottratto. Esclusi dalla sopravvivenza organizzata, chiedono la vita. Essi si battono insieme per la libertà totale, dovunque, o per la disfatta totale. " Siamo pronti a morire. Venite a prenderci! ". L'esasperazione dell'annientamento cosciente passa per la ricerca cosciente dell'autoannientamento. Ma la storia ha prodotto una banda Bonnot che non può più essere distrutta. Nella aperta sfida di morte e nel mettere realmente in gioco la vita, si esprime il disgusto incancellabile di questa sopravvivenza e del suo prezzo. E' nella precarietà di questa rivolta senza riserve (la brava gente diceva: "non hanno ottenuto niente; hanno peggiorato la loro posizione") che essi esprimono disperazione e speranza. Esprimono così una nuova coscienza proletaria nella coscienza di non essere isolati; ma sono anche l'avamposto degli uomini perduti che sanno di esserlo. La feccia della società è così l'avanguardia della rivoluzione, "la parte cattiva che produce il movimento della storia istituendo la lotta" (Miseria della filosofia). Il pensiero dialettico fa saltare tutti i pregiudizi preistorici ed evade da ogni specializzazione. Nella sua forma mistificata, la dialettica è diventata la mistica gioia dei corifei dottrinari di una generazione intellettuale impotente rimasta prigioniera del bene e del male. Ma nella sua forma storica, la dialettica è scandalo e orrore per il pensiero timorato perché nella comprensione delle condizioni esistenti esclude simultaneamente anche quella della loro negazione, perché non si arresta di fronte a nulla ed è critica e rivoluzionaria per essenza. Dialettica della separazione e della totalità e dialettica della negazione. Lasciamo che gli umanisti piangano sul loro laboratorio di fiori di plastica che è stato il primo ad essere devastato a Torino, che i criminologi piangano sui quaranta milioni del loro "centro di osservazione criminologico" che i detenuti di Milano hanno freddamente distrutto. Esso era " il primo passo verso un rammoderoamento generale. Serviva a classificare i detenuti in gruppi omogenei". Lasciamo che i bravi cittadini inorridiscano al solo pensiero del "completo dramma (i detenuti per le vie di Milano)" (Corriere della Sera, 15 aprile). Quando la disprezzata rivolta delle carceri sarà anche, sprezzante, nelle strade, i bastioni dell'alienazione cominceranno ad oscillare paurosamente sulla testa dei loro architetti. Un giornale ha scritto, a tutta pagina: "Il vento della rivolta soffia a Battipaglia". Avanti! Sono sufficienti un colpo di vento e un colpo di mano perché il gioco diventi totale, perché tutto sia rimesso in gioco, perché la violenza distruttrice liberi la sua positività. Se la rivolta avesse bisogno di una estetica ma essa non si cura di trasformare il mondo, questa sarebbe la sua, estetica macabra e affermazione dei veri desideri. Yeah! "Dal piacere di creare al piacere di distruggere non c'è che un'oscillazione che distrugge il potere" (Traité de savoir-vivre à l'usage des jeunes générations). Come le rivolte nelle carceri, tutti questi avvenimenti sconcertano il fragile fronte delle menzogne e delle pose demagogiche della sinistra parlamentare e non, e le fanno perdere il bene dell'intelletto anche solo per il fatto che esse spezzano ghignando, con imperdonabili lazzi sciamannati, le analogie classiche con la vecchia rivoluzione. La rivoluzione moderna non è più la rivoluzione pulita, la rivoluzione sterilizzata, la rivoluzione burocratica ben condotta, la rivoluzione della strategia e dello stato maggiore.La rivoluzione moderna accumula i suoi elementi pescando nel torbido, avanza per vie traverse e si trova degli alleati in tutti coloro che non hanno nessun potere sulla propria vita e lo sanno. La "rivoluzione " studentesca è stata la rivoluzione bella e disinvolta, la rivoluzione simpatica della discussione generale perché gli antagonismi che erano scoppiati in essa e formavano il suo sostrato avevano raggiunto soltanto l'esistenza vaporosa delle sue parole. La rivoluzione proletaria è la rivoluzione brutta e scomposta, lo rivoluzione torbida, la festa selvaggia, perchè al posto della frase è subentrata la mostruosità della cosa. Nessun falso sembiante di vita ha mai sprigionato tanta puzza di cadavere quanto l' attuale simulacro del "movimento studentesco" con la sua caricatura delle assemblee proletarie e rivoluzionarie, con le sue stereotipe declamazioni di rivoluzioni immaginarie e il suo rivoltante opportunismo reale, con il suo seguito di galletti avidi di razzolare nel pollaio travestiti da iene antidiluviane, con le sue riunioni spettrali e appartate di politicanti di carriera, con la tara di tutte le specie di militanti incurabili, piccoli filistei ingenui, schiamazzatori e spie, tollerando tutto e con in più la coscienza grottesca della sua fine inevitabile che esso lascia trapelare nella noia mortale che lo accompagna ovunque e non lo abbandona mai.  
Milano, 1969  
A PROPOSITO DI RIFORMA E DI GALERA...  
L'universo carcerario è un universo totale, un insieme di luoghi fisici dove uomini e donne vengono tenuti prigionieri. Rinchiusi per la più gran parte della giornata. Nessun discorso, per quanto ricco di dettagli tecnici e approfondito, può descrivere l'orrore del carcere, fare capire che cos'è questa istituzione voluta dagli uomini per sottrarre alla società una parte dei suoi membri ritenuta colpevole di avere trasgredito alle regole. Vivere da carcerato questa esperienza è qualcosa a cui, dopo un certo tempo, ci si abitua, come alle cose peggiori che possono capitare nella vita. Dopo tutto l'uomo è un animale che si adatta alle più mostruose condizioni di sopravvivenza, un animale che progetta e spera, che sogna e che si illude. Molti sono i cosiddetti operatori carcerari, come molti sono coloro che studiano i problemi del carcere. Ma chi di costoro può dire di conoscere veramente il carcere? I cosiddetti tecnici del diritto forse possono dire, in tutta coscienza, di conoscerlo? Io credo di no, e questa sensazione di distanza, che ho avverto fin dalla prima volta che ho vissuto l'esperienza della segregazione, più di un quarto di secolo fa, ovviamente come detenuto, col passare degli anni l'ho vista sempre riconfermata. In fondo anche la custodia non conosce il carcere, ed apparentemente sembra costituita da uomini che vivono a diretto contatto giornaliero con i detenuti. Il fatto è, secondo me, che l'essenza del carcere, il perno attorno a cui ruota tutta questa struttura, è la chiave: oggetto fondamentale dell esperienza quotidiana dei detenuti. Solo chi ha sentito in vita sua il rumore che fa la chiave quando veniamo chiusi, la sera, dopo una giornata che bene o male cerca di mimare piccoli spicchi di una libertà impossibile, la passeggiata all'aria, momenti come questi di dialogo e di scambio di idee, la socialità, la palestra, la visita medica -, solo chi ha sentito ogni sera il ripetersi di quei rumore, per giorni, per mesi, per anni, può dire di conoscere il carcere. L'individuo che dall'altra parte del blindato gira la chiave, non ha questa conoscenza, per quanto sforzi possa fare per immaginarsela.  
Diseguaglianze sociali. Per quanto il carcere sia una istituzione totale, quindi segregativa e autosufficiente sotto quasi tutti gli aspetti, non è una istituzione egualitaria. Eppure, considerandolo diciamo dall'esterno può indurre a questo equivoco. Uomini e donne sono tutti parimenti chiusi a chiave, godono più o meno degli stessi miseri privilegi di locomozione all'interno della struttura, passeggiano le ore regolamentari in luoghi in genere non molto salubri, ecc. Lo stesso regolamento precisa che non ci deve essere mai una condizione interna al carcere che ponga un detenuto in situazioni di privilegio rispetto agli altri detenuti. Ma si tratta di considerazioni che potremmo definire estrinseche alla realtà. Una interpretazione basata sull'ideologia illuminista che propose, di già sul finire del diciottesimo secolo, l'ortopedia sociale come scopo di questa struttura e non la semplice distruzione dell'individuo carcerato. Non voglio tenere conto delle deviazioni individuali, sempre presenti come è esperienza comune di tutti, riguardanti i comportamenti di questa o quella guardia (meglio chiuderli tutti e gettare via la chiave), si tratta di manifestazioni aberranti e in fondo marginali, mi riferisco invece al meccanismo stesso della struttura carceraria che finisce per riflettere le diseguaglianze intrinseche alla società di cui essa è l'espressione. I quattro quinti della popolazione carceraria è in condizioni di povertà, la metà di essa è in condizioni di estrema povertà. Se c'è qualcosa da notare è che in carcere l'insieme dei detenuti è ancora più povero, in proporzione, di quanto non sia l'insieme degli indigenti nella società cosiddetta lihera. In questi ultimi anni, come è stato notato con attenzione autorevole, è aunentato l'afflusso di detenuti condannati per piccoli e piccolissimi reati creando una massa considerevole di bisognosi che vivono quasi esclusivamente dei vitto regolamentare e delle diecimila lire della carità pubblica. Com'è facile capire, ciò comporta una difficoltà di accesso a tutti quei mezzi che lo stesso Codice mette a disposizione per alleviare e ridurre la pena. La disgregazione sociale, la non conoscenza delle regole, spesso l'esiguità delle singole pene (che però separatamente scontate spesso costituiscono nel loro insieme una condanna rilevante), la mancata o ridotta assistenza legale, sottolineano pesantemente questa diseguaglianza. La sofferenza di chi vive in carcere in queste condizioni è la peggiore di tutte. L'essere umano si incattivisce senza un perché, smarrisce facilmente il valore della propria vita e non aspetta altro che il trascorrere lento dei giorni lo conduca alla porta del carcere, in quella società dove sa perfettamente che troverà un'altra segregazione se non peggiore di quella carceraria, altrettanto selettiva e punitiva.  
Il Codice penale riproduce le diseguaglianze. Per quanto i tecnici del diritto possano esercitare le loro competenze sulla lettera del Codice penale, il problema sembra privo di soluzioni. Il fatto di trattare in modo uguale le persone sottoposte a procedimenti giudiziari ha due livelli di eccezioni: il primo è quello stesso previsto dalla procedura, cioè i casi in cui la medesima lettera del Codice prevede una differenziazione di trattamento collegata all'esistenza di alcuni reati. Un secondo livello riguarda invece la diseguaglianza oggettiva, diciamo di partenza, in cui si trova il singolo individuo, cioè la sua condizione sociale di origine, alla quale nessuna uguaglianza procedurale può porre rimedio In fondo la diseguaglianza di partenza, quella espressa dalla società con le sue intrinseche divisioni, è di natura economica, ma quest'ultima prende, di volta in volta, nei singoli individui, la forma che la vita di ciascuno, insomma il proprio destino, ha voluto darle. Molti si appellano alla fortuna, e chiamano disgrazia l'essere stati poniamo catturati dalla polizia nel corso di una rapina perché "qualcosa è andato male", ma, in fondo, si tratta di disponibilità di mezzi, di capacità di ragionamento, di tempo a disposizione, di lucidità di intenti, insomma di capacità vere e proprie, e queste non sono altro dalla discriminazione di fondo. Il caso riveste, anche nel cosiddetto comportarnento criminale, un aspetto del tutto marginale. Il bisogno, si dice, è sempre un cattivo consigliere, e i suoi stimoli, quando sono pressanti perché più si avvicinano alle condizioni della pura e semplice sopravvivenza, sono sempre portatori di consigli addirittura pessimi. Insomma la distribuzione della ricchezza è una caratteristica rilevante di diseguaglianza. Non so se da sola può costituire sempre e in ogni caso un elemento determinante, forse non lo può, ma nella maggior parte dei casi ciò avviene, con conseguenze tragiche. Solo per restare nel limite di un solo esempio: il nostro Codice prevede tra livelli di giudizio, ma non so quanti fra coloro che hanno come propria condizione la miseria più assoluta possano significativamente percorrerli tutti, cioè sfruttando tutte le occasioni che questi tre livelli mettono a disposizione. E intuitivo che non ogni singolo detenuto può disporre dei servigi di un grande avvocato. Spesso piccole pene vengono scontate del tutto prima che si possa proporre un appello decente. I cumuli non sempre sono eseguiti a regola d'arte, ecc.  
La produzione del crimine. Quale che sia la concezione in base alla quale si considera il cosiddetto crimine, quest'ultimo resta pur sempre un atto proibito che determinate regole indicano come attinente ad un fatto considerato lesivo di determinati interessi. Che queste regole colgano poi l'esistenza di elementi geneticamente impliciti ad una data società, oppure il comportamento criminalizzante dei fattori di controllo sociale, questo ha una importanza soltanto teorica. In pratica, a condurre in carcere una consistente fascia della popolazione detenuta sono i processi di criminalizzazione voluti dalla parte dominante della società che così fissa l'identità e il ruolo criminale di coloro che compiono certi atti. in questo modo il crimine viene prodotto dalla stessa societa che, da un lato, con i suoi meccanismi intrinseci fissa quella diseguaglianza che allarga a dismisura la necessità di compiere determinati atti, dall'altro, con i suoi meccanismi estrinseci indica con la massima precisione quali atti sono da considerare come crimini. Produzione del crimine a livello sociale e sua precisazione a livello giuridico sono un tutt'uno. Il prospettare come universali i valori che stanno alla base della scelta, e quindi della codificazione di certi atti come criminali è una forzatura diretta a raccogliere il consenso sociale sui processi di criminalizzazione e sulla relativa condanna dei criminali, cioè sulla loro esclusione, definitiva o temporanea, dalla società. In effetti, senza questo consenso sociale, e senza una continua sua manutenzione da parte degli organi di informazione, questo processo di esclusione, l'esistenza stessa delle carceri e dell'intero sistema della cosiddetta giustizia verrebbe a trovarsi compromessa.  
L'espulsione dalla società. La condanna è una espulsione dal contesto sociale, quindi una marginalizzazione. lì condannato che entra in carcere viene a subire una forte riduzione delle risorse, delle garanzie, dei privilegi che il sistema dice di assicurare alla maggior parte dei suoi membri. Il fatto che la maggior parte di questa riduzione sia di già operante, in maniera oggettiva, anche al di fuori del carcere, per la quasi totalità della popolazione detenuta, la dice lunga sulla corrispondenza di diseguaglianze che si forma tra società e carcere per ben precisi strati della popolazione. Il detenuto vive questa espulsione, cioè il suo nuovo status di carcerato, come una fortissima coazione, ma difficilmente questa coscienza della propria situazione si eleva alla dimensione collettiva. Quasi essa resta disgregata, in balia degli avvenimenti quotidiani, in una lotta senza quartiere per la sopravvivenza, per il piccolo beneficio che l'amministrazione promette in relazione quasi sempre a comportamenti di assuefazione e rassegnazione. La possibilità di pervenire ad una considerazione collettiva della propria condizione, in un insieme significativo con gli altri detenuti, è una presa di coscienza difficile da raggiungere, anche perché l'intero sistema di controllo fa da ostacolo, pretendendo una nsocializzazione singola, di per sé più illusoria che reale, e nascondendo la sua vera natura repressiva (in uno con la caratteristica essenziale della pena).  
Il cosiddetto resinserimento. Chiudendo gli occhi davanti alla realtà macroscopica delle diseguaglianze sociali, la società del controllo, che ha fissato essa stessa le condizioni in cui si determina il fatto considerato come cnminale, ci si illude che l'ideologia ortopedica dell'intero sistema delle pene dia i suoi frutti. È strano notare come il sostrato pedagogico che sta alla base di questa ideologia, e che in un certo senso la giustifica da più di un secolo e mezzo, sia scomparso dal luogo dove aveva trovato origine, cioè nell'educazione dei fanciulli. Nessun pedagogista sostiene oggi il sistema dei castighi, nessun teorico dell'educazione sognerebbe oggi di tornare al sistema di picchiare i bambini per educarli. Eppure lo stesso sistema continua a pretendere di educare i detenuti col meccanismo della pena. Più correttamente invece mi sembra giusto considerare il carcere come una punizione, come un allontanamento dalla società, senza che ci sia alcuno scopo direttamente visibile di risocializzazione. Chi ha esperienza di stare dietro le sbarre, chi ha sentito con le proprie orecchie lo stridore della chiave la sera, quando i desideri si fanno più penetranti e il ricordo va a quegli affetti che sembrano definitivamente perduti, sa che si tratta di un equivoco, se non di un imbroglio.  
La frantumazione. Il sistema penitenziario tende a frantumare ogni sorta di aggregazione fra detenuti. Questo processo è implicito nella struttura del carcere che tende all'isolamento e alla estremizzazione della durezza dei trattamenti individuali, ma che poi per la sopravvivenza stessa del sistema punitivo deve fare delle concessioni, altrimenti, come si dice, tenderebbe troppo la corda. Queste concessioni costituiscono la parte essenziale della storia dell'istituzione carceraria. Nello stesso tempo esse si collegano con una società in evoluzione fondata su concezioni della vita cosiddette progressiste. Molto ci sarebbe da dire sulla intrinseca valenza autoritaria di questi progressivismi, ma non è questo il luogo. Invece è importante sottolineare che la concessione, cioè il dare più spazi circoscritti di libeità ai detenuti, il prospettare un futuro flessibile della condanna, tutto questo, è diretto ad abbassare un livello di sempre possibile conflittualità, in altre parole a rendere attuabile l'intero sistema delle pene. Il complesso meccanismo delle concessioni è basato però sulla frantumazione. Ogni individuo carcerato deve potersi considerare un caso a sé. Non per nulla si parla di "trattamento", che è termine di origine clinica, diretto a ricondirrre l'azione repressiva e quella correlata di recupero nell'ambito del progetto ortopedico. Pensare che ogni singolo individuato sia mediato dalla totalità sociale oggettiva significherebbe accettare l'influenza sul singolo dell'intera comunità dei carcerati e, per conseguenza, dell'intera società - con la sua divisione diseguale - sul carcere e sul singolo detenuto. Significherebbe, in altri termini, ammettere una latente pericolosità della popolazione carceraria, collegata cosi con quella ribollente condizione sociale che sembra continuamente sotto controllo ma che potrebbe minacciare rivolte per qualsiasi motivo. Il carcerato è quindi da tenersi non solo sotto chiave, ma anche tagliato fuori da ogni aggregazione, separato in modo radicale dal sentirsi facente parte di un insieme in cui tutti dipendono da tutti. Da parte sua, il carcerato mette fatica a sentirsi facente parte di una qualsiasi aggregazione, passa la maggior parte del suo tempo a sopravvivere, fra le mille difficoltà della sua vita di recluso. Tutte le volte che si è realizzata, nella storia passata e recente della popolazione detenuta, un'unità significativa, si è sempre corso ai ripari. La struttura repressiva ha operato frantumazioni sia ricorrendo a miglioramenti di trattamento (ad esempio permessi più facilmente concessi), sia coi trasferimenti dei detenuti più impegnati nell'opera di aggregazione del tessuto sociale detenuto, sia con le punizioni vere e proprie, con le denuncia, con i pestaggi, ecc. La caratteristica dell'istituzione carceraria è quella di restare legata al suo ideale primigenio di reclusione: chiudere a chiave e gettare via la chiave, e di spostarsi poi sull'asse dei miglioramenti e delle concessioni in relazione all'intensità, all'incidenza e all'articolazione delle lotte in carcere.  
La diseguaglianza delle pene e quella del trattamento. Un sistema penale moderno prevede una differenziazione delle pene in relazione al reato commesso. L'infrazione di una regola che interdice un determinato comportamento è valutata in base alla sua presunta gravità. A sua volta, questa gravità è in relazione all'entità degli interessi sociali messi in discussione da quel comportamento. Poiché a fissare le regole, e quindi anche le modalità di infrazione, è la stessa struttura deputata al controllo sociale, ne deriva la presenza di una scala di penalizzazioni che differenziano di fatto la situazione carceraria di ogni singolo detenuto. Pene più consistenti, quindi tali da presupporre una maggiore permanenza in carcere di chi li subisce, di regola, dopo una fase introduttiva quasi sempre poco chiara, vengono sottoposte ad una sorta di regime comune, ma sempre diretto ad impedire qualsiasi forma di aggregazione sulla base della specificità dei reati. Ciò non toglie che la stessa condizione carceraria, per le situazioni esacerbate di convivenza, fornisce una sorta di situazione privilegiata per la ulteriore produzione del crimine, per cui l'obiettivo di recupero e di reinserimento sociale, sbandierato dall'ortopedia sociale, risulta quasi interamente svuotato di contenuto reale. Nonostante questo, il trattamento diretto a capire la reale condizione dei singolo detenuto, cerca di pervenire a degli accertamenti riguardo la sua disponibilità a tornare nel contesto sociale, ovviamente in determinate condizioni Che dietro tutto questo si celi un reciproco gioco delle parti è talmente evidente da non meritare discussione.  
Le due controparti. Per quanto possa essere latente, cioè mitigato da condizioni carcerarie definite in maniera approssimativa come "aperte", il conflitto tra chi custodisce e chi è custodito resta sempre forte. E non c'è modo che le cose stiano diversamente. Pretendere che ognuna delle parti regga il confronto in maniera oggettiva è una tipica illusione positivista. Dietro l'oggettivazione della lettera, così come è imposta dal Codice c'è la reazione del singolo e, sotto certi aspetti, anche quella della classe, su cui però ci sarebbe molto da dire, cosa che non è possibile fare qui. Non esiste un controllo sociale asettico, come non esiste un potere realmente illuminato. lì confine tra il permissivismo e la chiusura totale dell'istituzione è sempre fluido, ed è importante capire che esso è segnato, o comunque controllato, dal livello dello scontro, per come questo livello può profilarsi all'interno dell'istituzione stessa, tra custodi e custoditi. Nel perseguire il proprio programma ortopedico l'istituzione trova l'ostacolo della resistenza dei soggetti reclusi. Questa resistenza è di regola disgregata, ma a volte può presentarsi in maniera più compatta. in quest'ultimo caso l'istituzione è costretta a delle concessioni, le quali possono arrivare fino ad un certo punto, oltre il quale l'equilibrio della permissività si rompe e si entra in una contraddizione del tutto differente, che di regola può proporre anche momenti di estrema repressione, non escludendo la stessa eliminazione fisica. In teoria, quindi, l'ideologia ortopedica propugna una sorta di reificazione del proprio contenuto. Il pensiero migliorativo che ne deriva presuppone di guidare i procedimenti totalizzanti della custodia, di portarli oltre il limite della reciproca tolleranza passiva, verso un attivo intervento di trasformazione del soggetto detenuto. Ne viene fuori un amalgama culturale fluido e contraddittorio, un insieme di decisioni legislative, di regolamenti improbabili, di decisioni politiche di piccola e media portata, un sopravvivere nella quotidianità dell'altalenante attesa e un desiderare di ridurre il danno al minimo. Tutto questo intessuto nel pessimismo radicale dei detenuti e nell'ottimismo di facciata dei responsabili istituzionali del controllo sociale. Nella considerazione del conflitto sociale, che si rispecchia con chiarezza nelle carceri, gioca un ruolo importante la diseguaglianza che regola sia le strutture di dominio, sia la stessa conflittualità di classe nel suo insieme, divisione del lavoro in primo luogo. Non tenerne conto, come fa l'ideologia ortopedica che tenta di impostare il proprio discorso fittizio di recupero sul singolo individuo, condanna quest'ultima non solo all'inefficienza (il che sarebbe il minore dei mali), ma la fa diventare un elemento in grado di rinfocolare il conflitto stesso, rinviandone gli esiti, invece di oltrepassarlo in qualcosa di realmente diverso.  
Il concetto di lotta intermedia. Una situazione come quella carceraria rende possibile la lotta sociale con l'obiettivo di ottenere dei miglioramenti. Obiettivo minimo ma non trascurabile. Una lotta come ad esempio il rifiuto del vitto fornito dall'amministrazione, chiamata spesso "sciopero del carrello", di per sé è poca cosa, ma diventa fatto considerevole se si riflette sulla questione che per essere possibile questa pur minima manifestazione di dissenso si richiede un'aggregazione fra detenuti, spesso anche a livelli considerevoli che potrebbero dirsi di massa. Senza stare ad analizzare in dettaglio il perché questa aggregazione viene in essere inevitabilmente, è facile capire che non siamo davanti alla semplice somma di un numero, anche considerevole, di rifiuti individuali, quanto di fronte ad una decisione collettiva. E questo, all'interno di una realtà che per proprio compito, diciamo istituzionale, ha quello di impedire qualsiasi aggregazione e di considerare i singoli carcerati come atomi in movimento all'interno di un universo chiuso, è risultato di per sé considerevole. L'avere, ad esempio, fischiato tutti insieme nel 1997 l'allora Ministro di Grazia e Giustizia in visita a Rebibbia, è stato un fatto di considerevole importanza, non tanto per la cosa in sé, ovviamente circoscritta ad un semplice dissenso che poteva essere interpretato come di natura accidentale, quanto per il segno di aggregazione che il fenomeno non mancava di portare in evidenza. La stessa cosa riguardo lo sbattere di pentole contro le sbarre delle celle, prolungato per circa un'ora, che venne posto in essere, se non ricordo male, più o meno nello stesso periodo. Lo stesso dicasi per un altro ciclo di lotte, quello della fine del 1990, da me vissuto nel carcere di Bergamo, in cui si sviluppò tutto il raggio delle possibilità: dallo sciopero del carrello allo sciopero della fame, dalla sospensione del lavoro all'interno del carcere alla fermata all'aria, ecc. Spesso, considerando le cose dal punto di vista di chi si trova fuori, queste lotte in carcere vengono valutate come poca cosa, espressione dì una condizione ferita e ridotta al minimo della sopravvivenza. Nessuno si illude, esse sono di certo solo un piccolo segno di quello che sarebbe necessario fare, ma, nello stesso tempo, sono anche il segno di una conflittualità mai doma, di qualcosa che continua a dormire sotto il comportamento spesso acquiescente della totalità dei detenuti.  
L'ideale della distruzione del carcere. In prospettiva, l'ideale dei carcerati non è certo quello di migliorare il carcere. Quando gli ospiti coatti si lamentano dell'affollamento, come pure quando cercano di organizzare qualche protesta in questo senso, non lo fanno nell'ottica di chiedere la costruzione di nuove carceri. Questa conclusione sarebbe assurda. Eppure ci sono tecnici del diritto e politici che pensano sia veramente questa la speranza dei detenuti: ottenere cioè, col loro comportamento di protesta, se non di lotta vera e propria, condizioni migliori di vita. Le migliori condizioni sono soltanto una tappa intermedia, sono quell'allentarsi della repressione necessario a riprendere le forze, a misurare le proprie capacità di aggregazione per riprendere la lotta con altri obiettivi. L'obiettivo finale resta sempre quello della distruzione delle carceri, di tutte le carceri.  
Il processo di ristrutturazione. La risposta dell'istituzione alle spinte aggregative capaci di alimentare il continuo ripresentarsi delle lotte in carcere è la ristrutturazione. Lo scopo di questo processo, assai complesso e spesso contraddittorio, è quello di indirizzarsi verso gli aspetti immediati che coinvolgono una maggiore tensione fra le parti in causa, spesso astrattamente considerati come elementi di un quadro generale di per sé suscettibile di perfezionamento. I tecnici della ristrutturazione carceraria considerano i problemi più urgenti, ad esempio quello del sovraffollamento, e cercano di evitare di porsi problemi insolubili, e per altro non di loro competenza, quale ad esempio il problema dell'esistenza stessa delle carceri in una società come la nostra. Il risultato è di regola un miglioramento delle condizioni di vita all'interno dell'istituzione per i soggetti che subiscono l'imprigionamento, anche se questo miglioramento (poniamo la televisione a colori in tutte le celle), non può che essere considerato in relazione a tutto il sistema nel suo complesso. Spesso un miglioramento specifico (vedi il caso di cui sopra) si paga con un maggior controllo indiretto o con l'allontanarsi di altri possibili benefici. Non si può dire, in tutta coscienza, che l'attività di ristrutturazione dello Stato sia nel settore qualcosa di concretamente chiaro e pianificato. Ad esempio, le forze che il Ministero dedica al problema del lavoro per i detenuti che si avviano alla semilibertà sono ridicolmente esigue. Nella maggior parte dei casi, il lavoro di ristrutturazione avviene sulla base di sollecitazioni indirette, fra le quali non mancano anche gli interessi politici precisi, perfino di carattere elettorale, lavoro che in ogni caso Segue i livelli di pressione determinati da singoli gruppi di potere o anche dall'intera opinione pubblica, opportunamente opinionata dai grandi mezzi di informazione.  
Le singole leggi di riforma carceraria e la riforma del Codice Penale. Dalla Gozzini in poi, alla Simeoni e fino alla progettata riforma del Codice penale, sullo sfondo resta, come soggetto passivo dei processi legislativi di cui si discute, l'insieme dei carcerati. Non questo o quel detenuto di cui parlano le cronache repubblicane, ma l'insieme della popolazione carceraria, più di cinquantamila "signor nessuno" che vivono quotidianamente in prigione. Affrontare il problema del carcere partendo da un singolo detenuto la cui situazione risulta particolarmente interessante, è un modo errato di dire delle cose sensate. Se da un lato è giusto fare conoscere queste situazioni eciatanti, uomini e donne nei cui confronti la repressione ha colpito più duramente, o nei riguardi dei quali si sono commessi errori giudiziari macroscopici, o si è voluto dimostrare un teorema inquisitorio più che applicare la legge, è cosa giusta, ma, nello stesso tempo, è cosa che relega in secondo piano l'esistenza di tutti gli altri detenuti, la cui situazione, spesso al limite della tortura, quotidianamente è priva di riscontro nei grandi mezzi d'informazione. Chi potrà mai dare voce ai malati in carcere? Chi farà parlare gli stranieri privi di soldi e di speranza? Chi amplificherà il grido di paura che ogni giorno i tossici gettati in galera soffocano in gola? E, accanto a loro, mille e mille detenuti con sulle spalle condanne pesantissime che sopravvivono spesso grazie agli sforzi della famiglia, in una lotta quotidiana per non morire di galera. Lasciati a loro Stessi, migliaia di persone Si Sentono abbandonati da una società contro cui hanno soltanto alzato la mano perché qualcosa era stato loro negato, forse un diritto fondamentale? Non lo so. Forse qualcosa di più importante? Può darsi. Nell'abbandono, sistematicamente puntualizzato da tutti gli interventi correttivi che la struttura carceraria rende inevitabili, tutti si sentono soli, privi di contatti reali con gli altri detenuti, se non le quattro chiacchiere all'aria o le due ore di socialità. La quasi totalità dei discorsi che si tengono in carcere rasentano l'incredibile. Ognuno, per non morire, Si mostra più forte di quello che è, nascondendo la propria solitudine con un atteggiamento che è capace solo di sprezzare chi invece non nasconde la paura e la generale mancanza di futuro.  
L'attesa. Uscire al più presto dal carcere: ecco lo scopo unico di ogni detenuto, ecco la sua attesa, che inizia con il primo giorno di carcerazione. Non c'è pena lunga o incerta che possa cancellare questa Speranza. Ma la lettura delle disposizioni di legge, l'addentrarsi tra i cento meandri delle possibilità, anche quando è resa possibile da un minimo di informazione o di cultura, resta spesso materia di chiacchiere giornaliere. Le domandine si accavallano l'una sull'altra, le speranze pure, mentre i giorni e i mesi passano in attesa che qualcosa si muova. D'altra parte, la custodia e l'amministrazione cercano di gestire una situazione non facile. Non possono tirare la corda come vorrebbero (non dimentichiamo l'idea di chiudere e gettare via la chiave), e non vogliono andare incontro a troppi acconsentimenti. Dopo tutto il carcere è un luogo di pena, non certo un albergo. In fondo ad ogni teorico dell'ortopedia sociale si acquatta il convincimento, corroborato dall'irrisoria disponibilità di strurnenti efficaci, che il suo lavoro è del tutto inutile. Eccolo quindi arrivare alla conclusione che vista l'inutilità del recupero, che almeno il carcere sia luogo di sofferenza, la qual cosa (ritorno dell'ideologia correttiva, diciamo dalla finestra) mette in pace la propria coscienza e rida lustro alla funzione del carceriere che altrimenti correrebbe il rischio di svanire nella più assoluta inutilità sociale. Dal canto suo, il carcerato continua ad aspettare.  
La diseguaglianza del trattamento come selezione e premio. L' insieme delle leggi e dei provvedimenti diretti a recuperare il detenuto prevede una disponibilità di quest'ultimo ad essere recuperato. il concetto di recupero si basa su di una scala di valori che se è valida per la società nel suo insieme, reggendone le scelte di status, non lo è in modo certo per il detenuto il quale, bene o male, quella scala di valori ha revocato in dubbio, se si vuole in modo piiì o meno cosciente. È grande pertanto la violenza che viene esercitata su di un soggetto in condizioni di debolezza: quella cioè diretta a fare accettare, e a richiedere comportamenti adeguati in grado di provare questa accettazione, una scala di valori che non solo la scelta di partenza (il reato vero e proprio), ma la stessa permanenza in carcere negano completamente. L'accettazione di un scala di valori però non è soltanto un moto dell'animo, è principalmente una valutazione positiva in vista dell'ottenimento di qualcosa. Crediamo all'importanza di ciò che desideriamo perché dal suo possesso pensiamo di ricavarne un beneficio. Ora, il detenuto si trova nella strana situazione di essere costretto a desiderare qualcosa (ad esempio, il lavoro) per poterne ottenere un'altra (in pratica, la libertà). Niente in una relazione del genere, costante nel rapporto tra istituzione di controllo e soggetto coatto, può avere a che fare con la sincerità, con la verità. L'istituzione sonda e mercanteggia, cerca di ottenere il massimo profitto da una struttura formalmente ortopedica ma sostanzialmente punitiva; il soggetto in esame, schiacciato e reso sospettoso dalle condizioni di pena in cui si trova, cerca la via per meglio ridurre i danni. Il recupero in società, qualora fosse possibile, dovrebbe essere qualcosa di completamente diverso. In queste condizioni, l'unico risultato è quello di un mercanteggiamento tra selezione e premio.  
La soluzione dell'automatismo. Si presenta come la sola soluzione egualitaria, in persistenti condizioni di diseguaglianza. I benefici previsti dovrebbero essere concessi a tutti in base ad una semplice richiesta, quindi ad una dichiarazione di volerli ottenere. Ogni altra procedura, diretta a indagare sulla efl'ettiva condizione di recupero del detenuto, cozza con l'evidente inadeguatezza di qualsiasi ideologia ortopedica, da un lato, e con la palese ingiustizia di un sistema basato sul meccanismo della selezione e del premio. Le ritrosie istituzionali di fronte ad una soluzione automatica nell'applicazione dei benefici, mettono a nudo la reale natura di questi benefici, e quindi l'effettiva estraneità dei detenuti a tutti i tentativi di riforma che sono stati fin qui attuati, come pure a quelli in corso di attuazione. Estraneità basata sul fatto che il mondo della condizione coatta non partecipa di certo alla elaborazione delle riforme, ma queste vengono studiate ed approvate come risposta migliorativa alla pressione esercitata sull'istituzione dall'insieme dei detenuti, sia attraverso le loro lotte, sia attraverso il loro cominciare a sentirsi partecipi di un tutto unitano: partecipi cioè della condizione coatta del recluso. Ecco spiegata l'importanza, per l'istituzione, di spezzare continuamente, e fin dal suo sorgere, qualsiasi forma di aggregazione, proprio perché quest'ultima minaccia di diventare lo strumento di una pressione sia per l'attuazione delle riforme carcerarie, sia per l'applicazione delle stesse leggi esistenti.  
Una mentalità flessibile. Se l'istituzione carceraria non può realizzare l'utopia illuminista di una modificazione del singolo attraverso la pena, può comunque progettare un modello di detenuto che sia più flessibile, più adatto alle mutate condizioni del carcere, il quale ultimo, in quanto struttura di controllo, riflette a sua volta le mutate condizioni della soci età. Mille iniziative, all'interno delle carceri, s'indirizzano verso la flessibilità. L'universo esterno, con le sue profonde modificazioni produttive, una realtà non più schematica fondata sulla centralità di una classe rispetto alle altre, viene riprodotto nei microcosmo carcerario, e qui si lavora ad ammorbidire la contrapposizione tra custodi e custoditi. Il carcerato rimane così incerto sul proprio ruolo, aumenta il livello delle aspettative, si colloca in una dimensione possibilista che una volta era impensabile. Il carceriere, a sua volta, è chiamato a compiti non precipui suoi, non più strettamente legati alla conta e alla chiusura dei blindati. Si allarga così e si diversifica la figura dell'operatore carcerario, si diffonde la presenza del volontariato, come pure si moltiplicano le attività culturali: cinema, teatro, conferenze, dibattiti, ecc. Considerando le cose da un punto di vista strettamente carcerario, ogni piccolo miglioramento è una conquista: dall'ora passata fuori dalla cella, alla televisione, alle possibilità di acquisto di prodotti vari all'interno, una volta limitata a pochi articoli adesso diversificata al massimo. Nello stesso tempo questi miglioramenti hanno un prezzo: rendono più difficile mantenere alta la coscienza di carcerato, la stessa cognizione della propria sofferenza, contribuiscono ad alleviare la pena ma ovviamente non possono cancellarla, per cui, alla lunga, gettano le basi della disgregazione e di quel sentirsi soli, in balia di una struttura nemmeno tanto bene identificabile.  
Lo scopo delle lotte in carcere. È sempre quello della costituzione o del rafforzamento dell'unità dei carcerati. Non si tratta più, come è accaduto in passato, di etichettare questa unità sotto una sigla egemone, ma di farla camminare coi propri piedi, cioè di contribuire alla crescita della coscienza individuale. Non una coscienza genenca, tipica di clii trovandosi in condizioni di bisogno si arrangia per sopravvivere, ma di una coscienza specifica, cioè qualificata, di una coscienza che sta individuando ed approfondendo la proprià condizione sociale di emarginato ed espulso dai meccanismi societari, di racchiuso in un ghetto ben custodito caratterizzato da ragguardevoli privazioni di libertà. Questa coscienza non è il prodotto di indottrinamenti o di scelte politiche a priori, non si tratta di accettare la guida di qualcuno, tanto meno quella di qualcuno orientato politicamente. Si tratta di una crescita culturale, di un aumento delle occasioni di riflessione, di moltiplicare all'interno dell'istituzione la circolazione delle idee: naturalmente delle idee di libertà, non delle idee di acconsentimento e di rinuncia. Sulla crescita culturale dei detenuti tutti sono d'accordo. Prima di tutti la stessa istituzione, che nei secoli della sua storia ha messo in atto atroci sistemi di indottrinamento (ad esempio, le ridicole conferenze contro l'alcolismo, ecc.). Anche oggi il sistema carcerario si da un gran daffare per mettere in piedi una circolazione della cultura. Anche le forze tradizionalmente dedite alla semplice pietà adesso fanno cultura nelle carceri, e perfino, a volte, la stessa custodia in prima persona pretende di farlo. Ma non è di questa cultura che sto parlando. Sappiamo tutti, in quanto carcerati o ex carcerati, quale può essere la risposta dei detenuti all'offerta istituzionale di cultura: sempre quella del cercare di uscire dalla cella per qualche ora, di approfittare di ogni occasione possibile per variare il monotono panorama dell' annientaniento quotidiano. Ma la crescita della coscienza individuale verso un senso collettivo del sentirsi insieme, se è fatto culturale, è fatto culturale diverso. Ecco perché sono di grande importanza tutte le iniziative culturali autogestite dai detenuti, perché vengono immediatamente viste come iniziative diverse dagli altri carcerati, e quindi ogni occasione del genere produce molto di più dì quello che sia pure con le migliori intenzioni può produrre l'istituzione nei confronti della quale vige un radicato e giustificabilissimo sospetto.  
La risposta. Alle attività politiche in senso stretto e a tutte quelle iniziative che vengono prese per studiare e affrontare con intenti migliorativi il problema deUe carceri, i detenuti possono rispondere a mio avviso in un solo modo: con una attenzione programmatica. Cioè, da un lato documentarsi e studiare quali sono queste attività, indicando quali di esse hanno vero e proprio fondamento pratico e quali costituiscono solo fumo indirizzato a coprire scopi diversi; dall'altro, aggregarsi in vista delle possibili lotte di domani. Infatti è solo questo il mezzo che i carcerati possiedono per rendere più veloci le riforme, più significativi gli eventuali provvedimenti di miglioramento, più applicate le leggi di già esistenti. Tutto ciò senza dimenticare che il problema non può essere risolto in questo modo, che nessuna riforma e nessun uomo politico potrà risolverlo, e che l'unica soluzione possibile è la completa distruzione delle carceri.  
LE CARCERI INVISIBILI  
Siamo testimoni. Molti di noi sono testimoni di squarci di realtà sociale, di situazioni pubbliche. Ne siamo solo testimoni spettatori a volte, delle altre ci ritroviamo dentro accidentalmente o fatalmente. È successo a me, fin dall'infanzia, di avvicinarmi e visitare gli ospedali psichiatrici della mia terra, l'Isontino, patria del dottor Basaglia. Uno zio, un cugino, la cooperativa sociale ed un amico mi hanno portata a vivere la realtà degli ex-manicomi. La mia testimonianza guarda all'approccio e alla strategia terapeutica di questi reparti; non ho visto catene e sporcizia, né camicie di forza, ma ho visto elettroshock ed oggi vedo la Terapia dell'Alienazione. Voglio raccontarvi i fatti perché solo così ci si può rendere conto dell'abominio psichiatrico che devasta migliaia e migliaia di fragili creature. I medici responsabili del reparto "DIAGNOSI E TERAPIA" diagnosticano uno "stato confusionale da stress" e imbottiscono il "confuso-stressato" di un mix di tranquillanti. Beh, direte voi, gli hanno dato una rallentata così si dà una calmata e gli riprende pian piano il sorriso e la gioia di vivere con equilibrio. Ora, tutta la mia analisi verterà su questa convinzione che il mix di tranquillanti sia senz'altro la via giusta per raggiungere la salute mentale del malcapitato. Nel frattempo la panoramica è questa: 1. Non si esce dal reparto nemmeno sul terrazzo -, se non accompagnati, in gruppo, una volta ogni tanto (e solo alcuni) 2. Il grigiore assoluto del posto (ad esclusione di due enormi poster nella sala TV di mare e montagna) 3. La stanza ricreativa dispone di una televisione, mazzi di carte, giornali e basta. L'effetto collaterale di alcuni psicofarmaci fa reagire l'attività motoria in maniera incontrollata e nel corridoio c'è un via vai di drogati che non riescono a smettere di camminare avanti e indietro, o di dondolare sulle gambe. Altro effetto è l'incessante stimolo a fumare sigarette, consentito solo nella sala TV, dove aleggia una cappa nefasta poiché le finestre sono categoricamente sbarrate; senza contare che il fumo invade il corridoio ed entra ovunque. Un cartello recita di avvisare il personale ospedaliero quando l'aria diventa irrespirabile. : -( Ogni paziente è nel suo bozzolo psicotropo e oltre gli occhi, gli sguardi sono senza coscienza di sé, appannati e alienati. Questa visione così tragicamente involutiva e fonte di sofferenza mi ha spinto a scrivere questa testimonianza. Sono disgustata dall'uso del punturone a lento assorbimento, dai mix chimici, dal metadone, dall'arroganza di questi macellai del cervello che andrebbero rimossi senza esitazione dai loro incarichi di responsabilità. Lo sapete cos'è il T.S.O.? È il Trattamento Sanitario Obbligatorio, il che significa che ovunque tu vada ci sarà un Centro Igiene Mentale che verrà a farti il punturone killer ogni quindici giorni, senza che tu possa obiettare, alla faccia della libertà di scelta terapeutica..! E a proposito di T.S.O. sarebbe il caso di appurare se è vero che alcuni manifestanti no-global a Genova siano stati sottoposti a tale trattamento. È scandaloso cosa succede in questi reparti di "Diagnosi e Terapia". È qualcosa che va portato all'ordine del giorno di questa piazza Italia, terzo millennio. Parlai a lungo coi due medici di Gorizia, nulla sapevano del mio amico, di chi era, di cosa si occupasse nella vita, dei suoi dolori, dei suoi stress, né gli importava saperlo. Il mio amico stesso gli raccontava pacatamente di sé e gli ricordava di essere entrato in ospedale per curarsi un piede e non per essere sedato e rinchiuso. Ma il grande equivoco non sconvolse i due luminari, i quali iniziarono a minacciare diplomaticamente il T.S.O.. Tentai più volte di approfondire il metodo dell'uso di psicofarmaci, come unico intervento terapeutico, il capo reparto balbettò tante di quelle volte che mi aspettavo si ingurgitasse anche lui una di quelle merde per calmarsi e riprendere il controllo. L'unico scopo del nostro dialogo coi carcerieri in camice bianco era quello di USCIRE da lì e ci stavamo rendendo tristemente conto che non sarebbe stato così facile. Andai a casa, telefonai a chi si occupa di contro-psichiatria e venni informata che se il paziente in cura non è pericoloso, non è solo, ha dove recarsi e continua la terapia a casa, dichiarando di accettarla, può tranquillamente uscire e rilassarsi fra le sue cose e i suoi cari. Preparai la lettera, andai all'ospedale, feci uscire il mio amico per alcune ore, sotto mia responsabilità, gli feci scrivere di suo pugno il documento, sottoscritto e con la richiesta che venga inserito nella cartella clinica. Ma questa dichiarazione scritta non bastò e i due si accanirono su di me, ritenendomi fonte di turbamento per il paziente, al quale, quella stessa mattina avevano somministrato l'iniezione letale. Minacciarono di chiamare le Forze dell'Ordine per allontanarmi e diffidarmi dal tornare ed io replicai che avrebbero potuto essere denunciati di sequestro di persona. Si ritirarono a vagliare il caso e, dopo aver chiamato il figlio, decisero che non avrebbero autorizzato le dimissioni. Il mio amico era mortificato e depresso per aver subito quel trattamento invasivo a lento assorbimento e aveva perso la lucidità di uscire da quel posto, io stessa non lo riconoscevo in quello stato alterato. Me ne andai con compostezza, ma sconcertata dai due medici collerici e confusi, dissi loro che io credo nella terapia dell'amore e della comprensione e che metterei al bando quelle sostanze che somministrano con tanta leggerezza. I danni da psicofarmaci sono indelebili, per tutta la vita queste persone ne porteranno la memoria nei loro stessi processi mentali. Assomiglia a una de-programmazione dell'individuo, a una scientifica alienazione del sé, a un controllo di elementi socialmente instabili ... destabilizzanti ... Cittadini, uomini e donne, anche se siete sani di mente e nessun vostro parente è entrato in depressione, aprite gli occhi sui reparti di "Diagnosi e Terapia" dei vostri ospedali. Vi si nasconde tutta l'inconsapevolezza di quella scienza che va contro l'umanità, che va contro il suo stesso processo evolutivo di perfezionamento. Attraverso la visione olistica dell'uomo, la cura di certe psicosi si cerca nell'equilibrare la sfera del pensare con quelle del sentire e del volere. Si passa attraverso l'arte, la creatività, gli ambienti armoniosi ed armonici, la pace, il sorriso nel cuore, il dialogo, l'ascolto, riavvicinando le persone a ritmi più naturali e a contatto con l'energia di madre Terra. Non sono terapeuta, ma so che molte sono le vie sane, efficaci ed umane per riportare la chiarezza nelle menti confuse, l'autostima nelle menti traumatizzate, la pace in chi cerca se stesso e non sa da che parte cominciare. I rimedi naturali, la comprensione, l'accoglienza fraterna, possono davvero aiutare chi cede alla stanchezza di vivere o chi si ribella a tutto fuorché al proprio ego. Solo così gli echi degli elettroshock svaniranno e i reparti di "ascolto e rimedio" diventeranno uno spazio dignitoso per chi si è perso e cerca soltanto un po' di umanità. Ed ora, torniamo alla tesi iniziale, ovvero se la terapia somministrata all'amico ha sortito la guarigione ed ha migliorato le sue condizioni di confuso-stressato-psicotico. Premetto che il giorno dopo il figlio maggiorenne lo ha dimesso, sotto sua responsabilità, e quindi si è subito intervenuti col buon senso a limitare il danno, dotandoci immediatamente di tisane disintossicanti, bio-strath, scalando gradatamente uno dei farmaci ormai assuefatti dall'organismo e andando subito a vivere vicino ai boschi, a coltivare l'orto. Nel periodo di purificazione però, lo sventurato ha sopportato gravi sofferenze fisiche, vuoti di memoria, delirio, allucinazioni ed uno svuotamento del sé, liberatorio per un verso ma violento e doloroso per il corpo. Le sofferenze fisiche sono state infine alleviate da una cura omeopatica a base di Aurum e dopo due mesi mi sono ritrovata a leggere questa pubblica denuncia con il mio amico-fratello protagonista. È guarito? Da che cosa? È valsa la pena avvelenarlo? A me sembra molto provato. Egli ha un ricordo molto evanescente e/o assente dal giorno dell'iniezione coatta 'qualcuno mi sa dire quali sostanze veicola nel cervello come un aratro??', nel raccontarci le situazioni abbiamo riso a crepapelle l'altra sera... abbiamo pianto, abbiamo condiviso che questo è terrorismo e dittatura, che è uno specchio di inciviltà degno di Babilonia: il regno delle carceri invisibili. p.s.: il figlio del mio amico, quando è andato a scarcerarlo, ha detto ai medici: "mio padre vi sembrerà strano, ma lui è sempre così!" ... e non sto a dirvi che persona meravigliosa egli sia.  
DIZIONARIO MINIMO ANTIPSICHIATRIA  
antipsichiatria  
...si tratta di trasferire al malato stesso il potere di produrre la sua follia e la verità della sua follia, piuttosto che di cercare di ridurlo a zero.(...)...affidando all'individuo il compito e il diritto di gestire la propria follia, fino in fondo, in una esperienza alla quale possono contribuire anche gli altri, mai però in nome di un potere conferito dalla loro ragione o dalla loro normalità..." (M. FOUCALT)  
elettroshock  
Ha ventiquattro anni. Viene sottoposto a elettroshock ogni tre settimane perchè l'effetto dell'elettroshock scompare dopo dieci giorni e alloranon fa che immergersi nei suoi pensieri per farlo deve andare in una stanza non dev'essere interrotto deve concentrarsi con uno sforzo totale non può permettersi di complicare le cose facendo un solo movimento pronunciando una sola parola resta sveglio il più possibile poiché il processo è interrotto dal sonno non lo interessa il mangiare si toglie di dosso i vestiti evacua feci e urina dove si trova, in piedi o seduto o sdraiato immobile immergendosi vieppiù sente di avvicinarsi maggiormente una pressione terribile lo investe da ogni parte è come nascere, dice ogni volta che l'interrompono, in modo coercitivo, con elettroshock lui deve ricominciare da capo così come stanno le cose, lui dice che si ucciderà se non lo si lascerà "immergere" nei suoi pensieri un'ulteriore indicazione di altri elettroshock " (R.D.LAING)Uno psichiatra mi dice di essere dispiaciuto che ai tempi di Shakespeare non esistesse l'elettroshockterapia, poichè allora non ci sarebbe mai stato bisogno che Re Lear venisse scritto; l'avrebbero sottoposto a elettroshockterapia" (R.D.LAING)"A Londra c'é un entusiasta che va in giro pubblicamente a dare cifre dell'85% di remissione di sintomo trattando con lettroshockterapia la depressione involutiva e cifre consimili per ogni sorta di altri disturbi, compreso bambini che non vogliono avere nulla ache fare con altra gente, diciassettenni isterici e così via. Costui, per quel che sento, ottiene 'ottimi risultati'. Compare il mattino, fa il giro del reparto. 'Come ti senti, oggi? Meglio o peggio?'. E se non dici che stai meglio, ti fanno un'altra serie di elettroshock. La più parte di loro dice di star meglio, e la più parte di loro non ritorna per i controlli ambulatoriali" (R.D.LAING)  
guarigione  
"Alcuni pazienti hanno trovato aiuto all'interno del sistema psichiatrico. Sono anche stati rinvenuti degli aghi nei pagliai, ma questo non suggerisce certo che i pagliai costituiscano dei buoni posti dove riporre gli aghi". (J. CHAMBERLIN)  
lobotomia  
" ...rimozione o distruzione chirurgica selettiva di vie (...) nervose con l'intento di modificare il comportamento ". (Organizzazione Mondiale della Sanità)" 1. Chirurgia sul tessuto cerebrale normale di un individuo non affetto da malattia fisica, con lo scopo di modificarne o controllarne il comportamento.2. Chirurgia su tessuto cerebrale malato di un individuo se il solo obiettivo dell'intervento è quello di controllare, modificare o influenzare i disturbi del comportamento ". (Department of Health Education e Welfare, USA)"In realtà uomini chiamati chirurghi del cervello hanno ficcato coltelli nel cervello di centinaia di migliaia di persone negli ultimi venti anni: persone che probabilmente non avevano mai usato un coltello contro nessuno ". (R.D. LAING)"Jimmy McKenzie, all'ospedale psichiatrico, era un maledetto scocciatore, perchè se ne andava in giro gridando dietro le sue voci. Ovviamente potevamo udire la conversazione da un lato solo, ma ci si poteva fare un'idea generale, per lo meno da espressioni come: 'Andate a farvi fottere sudici bastardi...' Fu deciso di alleviare al contempo le sue e le nostre sofferenze, facendogli il favore di una lobotomia. Si notò un miglioramento delle sue condizioni. Dopo l'operazione non andava più in giro urlando ingiurie contro le sue voci, ma: 'Che cosa? Ripetete! Parlate forte, maledetti, non riesco a sentirvi!' " (R.D.LAING)  
malattia mentale  
"...benchè la mente possa essere malata solo nello stesso senso in cui, per esempio, un'osservazione può essere tagliente, la gente, molto spesso, tratta le malattie mentali come se volesse tagliare le bistecche con le osservazioni taglienti " (T. SZASZ)"...sarebbe necessario sostenere, come ho sostenuto io, primo, che le malattie del cervello sono malattie del cervello e che le malattie mentali non sono affatto malattie; secondo, che quella che si sospetta essere una malattia del cervello non diventa reale finché non sia provata da ricerche istopatologiche e fisiopatologiche appropriate, consistenti e ripetibili; terzo,che persone con o senza malattie cerebrali sono 'pazienti' solo in quanto esse stesse accettano di assumerne il ruolo, perché come individui in una libera società hanno il diritto fondamentale di rifiutare la disgnosi medica, il ricovero in ospedale e la cura" (SZASZ T.)" Quando lei mi chiede 'Che cos'é la malattia mentale?', se vuol chiedermi: 'Ritiene necessario formulare un tale giudizio di valore' - in questo caso la mia risposta è: no " (R.D:LAING)" Io non sono interessato al problema dell'eziologia della malattia mentale. Devo ancora convincermi che la malattia mentale eista, indipendentemente da ipotesi e da giudizi di valore" (R.D.LAING)"...è un errore enorme, forse fatale, credere che solo perchè qualcuno usa una parola debba esistere necessariamente nel mondo ciò che viene designato con tale parola ". (SZASZ T. )"Forse, chiunque si comporta in modo da far sentire malato uno psichiatra, è 'malato' ". (SHATZMAN M.)  
manicomio  
"Ci sono stati un giorno gli esecutori di an Gogh, come ci sono stati quelli di Gérard de Nerval, di Baudelaire, di Edgar Allan Poe e di Lautrémont. Quelli che un giorno gli hanno detto: E adesso, basta, van Gogh, alla tomba, ne abbiamo abbastanza del tuo genio..." (A. ARTAUD)  
paranoia  
"Mi pare sempre assai strano che si abbia questa parola che, in effetti, significa che qualcuno ha la sensazione di essere perseguitato allorché le persone che lo perseguitano non lo ritengono tale. Ma invece non abbiamo una parola per la condizione in cui si perseguita qualcuno senza rendercene conto, condizione che avrei ritenuto seria quanto l'altra e certamente non meno comune" (R.D.LAING)Per esempio, quando i nazisti stigmatizzano e isolano gli Ebrei, quella è persecuzione; quando gli Americani fanno la stessa cosa con i loro concittadini che hanno la pelle nera o antenati giapponesi, anche questa è persecuzione. Ma quando della gente, in tutto il mondo, condanna e isola dei parenti o dei vicini che si comportano in un modo che alla maggioranza non piace, e quando questa condanna viene perseguita per mezzo di condanne e segregazioni pseudomediche, allora viene generalmente accettata non come una persecuzione, ma come psichiatria" (SZASZ T.)psicofarmaci "I 'tranquillanti' costituiscono un'altra importazione nelle nostre vite di provenienza da laboratorio. Erano farmaci scoperti perché servissero a coloro che s'interessavano al controllo e condizionamento dei topi, rendendoli più trattabili e cooperativi. Gli agenti chimici che permettono di controllare i topi con maggior efficienza vengono dati alle persone per lo stesso motivo, dopo aver dato loro un conveniente appellativo di vendita, ovviamente" (R.D.LAING)Matthew non sa perchè il dottore gli abbia prescritto un trattamento farmacologico. Quando ne chiede la ragione ad un'infermiera essa gli risponde che lui è malato e che il farmaco lo farà stare meglio. Matthew dice allo staff che questo non può essere il farmaco giusto per lui, dal momento che si sentiva bene prima di prenderlo e ora si sente male. Il medico gli risponde che il fatto che egli si sentisse bene prima di prendere il farmaco non è una prova che egli non fosse malato, perché i pazienti psichiatrici spesso non si rendono conto di essere malati. Le infermiere in una riunione di reparto gli dicono che egli dovrebbe avere fiducia nel suo medico, dal momento che questi è un esperto in questo campo mentre egli non lo è, e che la sfiducia è un sintomo di malattia mentale. Egli si sente confuso. Non ha fiducia in coloro che gli dicono che era malato quando si sentiva bene e che il farmaco che gli danno può a